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Esenzione esclude la detrazione Iva

Esenzione e detrazione non vanno d’accordo. Nel sistema dell’Iva, il diritto alla detrazione dell’imposta pagata ai fornitori spetta se i beni e servizi acquistati sono impiegati dal soggetto passivo per effettuare operazioni imponibili. In linea di principio, pertanto, non sussiste alcun diritto alla detrazione se le operazioni «a valle» sono esentate. Sulla base di questo principio fondamentale, l’impresa che effettua operazioni che, secondo la normativa comunitaria, sono imponibili, ma che la normativa nazionale ha erroneamente qualificato esenti, non può, da un lato, mantenere il trattamento di esenzione e, dall’altro, invocare il diritto alla detrazione in ragione dell’illegittimità comunitaria di tale trattamento. L’impresa può, invece, invocare la diretta applicazione della norma comunitaria, se incondizionata, per applicare l’imposta alle proprie operazioni ed esercitare il diritto alla detrazione. È quanto emerge dalla sentenza della Corte di giustizia Ue del 28 novembre 2013, relativa al procedimento pregiudiziale C-319/12, promosso nell’ambito di una controversia tra una società che svolge prestazioni didattiche e l’amministrazione finanziaria. Oggetto del contendere il regime Iva di tali prestazioni, che la legge polacca dichiara esenti dall’Iva, ma che, sosteneva la società, la normativa comunitaria considera imponibili in quanto rese da un soggetto commerciale privo di riconoscimento pubblico e avente scopo di lucro.

L’art. 132, par. 1, lett. i), della direttiva Iva, infatti, stabilisce che gli stati membri esentano le prestazioni di educazione dell’infanzia o della gioventù, l’insegnamento scolastico o universitario, la formazione o la riqualificazione professionale, nonché le prestazioni di servizi e le cessioni di beni con essi strettamente connesse, effettuate da enti di diritto pubblico aventi lo stesso scopo o da altri organismi riconosciuti dallo stato membro interessato come aventi finalità simili.

La prima questione posta dai giudici polacchi alla Corte di giustizia mirava a chiarire se tale disposizione osta a una norma nazionale che esenta invece dall’Iva anche i servizi educativi forniti a fini commerciali da organismi non pubblici.

Al riguardo, alla luce dell’interpretazione sistematica delle varie disposizioni pertinenti della direttiva e in considerazione degli obiettivi dell’esenzione, la Corte ha dichiarato che l’art. 132, par. 1, lett. i) non osta a che i servizi educativi forniti a fini commerciali da organismi non pubblici siano esentati dall’Iva. È tuttavia necessario che gli organismi privati soddisfino il requisito di perseguire finalità simili a quelle degli organismi di diritto pubblico. Tale requisito non consente quindi agli stati membri di concedere l’esenzione per la prestazione di servizi educativi a tutti gli organismi privati che forniscono tali prestazioni, includendovi anche quelli le cui finalità non sono simili a quelle degli enti di diritto pubblico. Sotto tale profilo, dice la sentenza, l’esenzione prevista dalla legge polacca, applicabile in maniera generale all’insieme delle prestazioni di servizi educativi, qualunque sia lo scopo perseguito dagli organismi privati, è incompatibile con la citata norma comunitaria.

La seconda questione mirava a stabilire se un soggetto passivo possa avvalersi del fatto che l’esenzione prevista dal diritto nazionale è incompatibile con la norma comunitaria per reclamare il diritto a detrazione dell’Iva a monte, fruendo però allo stesso tempo stesso dell’esenzione per le prestazioni di insegnamento e di formazione professionale rese.

Sul punto, la sentenza ricorda che, nel sistema dell’Iva, il diritto alla detrazione a monte presuppone che le spese effettuate per acquisire i beni e servizi rientrino negli elementi costitutivi del prezzo delle operazioni soggette ad imposta a valle. Di conseguenza, secondo la logica del sistema, la detrazione dell’Iva sugli acquisti è connessa alla riscossione dell’imposta sulle operazioni a valle.

Ne segue che anche quando un’esenzione prevista dal diritto nazionale è incompatibile con la direttiva, essa non permette a un soggetto passivo di fruire dell’esenzione e, nel contempo, far valere il diritto a detrazione. Piuttosto, in base al principio per cui le disposizioni della direttiva che siano incondizionate e sufficientemente precise possono essere fatte valere direttamente per opporsi a qualsiasi disposizione di diritto interno non conforme, il soggetto passivo potrebbe far valere l’imponibilità delle proprie prestazioni e il conseguente diritto alla detrazione.

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