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Esente da imposta il collaboratore dello studio legale

Niente Irap per l’avvocato che lavora stabilmente quale collaboratore presso un importante studio legale e, pur utilizzando la struttura dello studio, si limita a prestare al suo interno la propria opera di collaboratore.
Il principio è stato ribadito dalla Corte di cassazione con l’ordinanza 19325 depositata lo stesso giorno (29 settembre) dell’altra pronuncia commentata in pagina.
All’agenzia delle Entrate che, tramite l’Avvocatura dello Stato, eccepiva l’integrazione, nel caso di specie, del presupposto soggettivo Irap in quanto il contribuente «svolge l’attività in forma associata», la Suprema corte ha ribattuto che dagli atti di causa emergeva come il professionista non fosse associato, ma fatturasse le proprie prestazioni come collaboratore «coordinato e continuativo».
Confermando quanto già deciso dai giudici di secondo grado, la sentenza ricorda come non sia sufficiente, per ravvisare l’autonoma organizzazione, che il professionista si avvalga di una struttura di beni e servizi, ma occorre che tale struttura sia da lui diretta in qualità di titolare o socio o che, comunque, sia al suo servizio.
Nel caso trattato dalla pronuncia, invece, come in tanti casi analoghi di collaboratori che gravitano attorno a uno studio associato che finisce per esserne l’unico cliente, il rapporto risulta rovesciato, nel senso che è il professionista stesso ad essere parte di una struttura da altri organizzata, la quale comprende, oltre ai dipendenti ed agli strumenti necessari per l’attività professionale, anche la collaborazione di colleghi non associati.
I quali, autonomamente considerati, non dispongono né di beni strumentali di rilievo, né di spese per addetti o collaboratori.
Si tratta di un principio già più volte espresso dalla Corte di cassazione. Con sentenza 9451/2016 è stato affermato che si applica l’Irap ove il contribuente “sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili a altrui responsabilità ed interesse”.
Sulla base di tale principio, la Suprema Corte, con sentenza 6855/2016, ha riconosciuto il rimborso del tributo regionale a una ragioniera che operava presso uno studio di altro professionista, osservando che “lo svolgimento dell’attività libero professionale di consulenza presso uno studio altrui, infatti, tenuto conto dei dati emergenti dalla dichiarazione dei redditi, non prova, ma esclude la presenza di un’autonoma organizzazione”.
Del resto, per la Corte di cassazione secondo non è soggetto ad Irap il medico chirurgo che svolge la propria attività professionale presso strutture private o cliniche, organizzate da terzi (ordinanze n. 9276/2012 e n. 9693/2012).
Stante quanto sopra, non dovrebbe essere molti i professionisti che, in una situazione analoga, hanno proseguito negli anni a dichiarare e versare il tributo regionale.
Discorso diverso per il contenzioso, che prosegue relativamente a periodi d’imposta pregressi (l’ordinanza in esame riguarda il periodo 2007) soprattutto a causa della “latitanza” del legislatore nel disciplinare in modo chiaro i confini tra chi è “organizzato” e chi no e dell’insistenza con cui l’Agenzia nega il rimborso anche in situazioni per le quali la giurisprudenza ha da tempo imboccato la strada dell’esonero dal tributo .

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