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Esecuzione della sentenza fermata dal preconcordato

I gravi e fondati motivi che, in base all’articolo 283 del Codice di procedura civile, giustificano la sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado possono consistere nella difficoltà di recuperare le somme pagate in attuazione della decisione impugnata. E anche la pendenza di una procedura concorsuale a carico dell’appellato giustifica lo stop alla provvisoria esecuzione. È quanto emerge da un’ordinanza del tribunale di Palermo (giudice De Gregorio) del 14 aprile.
La vicenda
Il giudice di pace aveva respinto l’opposizione contro il decreto ingiuntivo richiesto da una società. La sentenza è stata impugnata dall’altra parte, che ha domandato la sospensione dell’efficacia esecutiva della decisione di primo grado perché la società opposta era stata ammessa a procedura di concordato preventivo.
Il tribunale afferma, innanzitutto, che la pronuncia di rigetto dell’opposizione produce gli effetti indicati dall’articolo 653 del Codice di procedura civile, e cioè fa sì che il decreto ingiuntivo diventi «titolo azionabile in executivis». Di conseguenza, la sospensione dell’efficacia immediata della sentenza di primo grado – prosegue il giudice – può bloccare l’esecuzione forzata, dal momento che l’esecutorietà del decreto ingiuntivo è «una diretta emanazione di quella della sentenza di rigetto dell’opposizione».
L’ordinanza osserva poi che la richiesta di sospensione dell’esecutività della sentenza impone un apprezzamento globale di opportunità, che deve tener conto «degli interessi in gioco e delle ragioni poste a sostegno dell’impugnativa». Il giudice, infatti, è tenuto a procedere – come affermato anche dalla Cassazione nella sentenza 4060/2005 – sia alla «delibazione sommaria della fondatezza dell’impugnazione», sia alla «valutazione del pregiudizio patrimoniale che il soccombente può subire (anche in relazione alla difficoltà di ottenere eventualmente la restituzione di quanto pagato) dall’esecuzione della sentenza».
Il tribunale rileva quindi che l’appellante ha ricollegato i gravi e fondati motivi previsti dall’articolo 283 del Codice di procedura civile, oltre che alle ragioni del gravame, anche «alla situazione afferente la società opposta, ammessa a procedura di concordato preventivo».
Così, «anche al fine di evitare difficoltà di recupero delle poste oggetto di ingiunzione, allo stato impossibili da escludere» alla luce della precaria situazione economica della società appellata, «e nell’ottica di bilanciamento delle opposte esigenze», l’ordinanza dispone la sospensione della sentenza di primo grado e, di conseguenza, anche dell’efficacia esecutiva del decreto ingiuntivo.
Il quadro normativo
Sui presupposti per la sospensione dell’esecutività della sentenza impugnata, l’articolo 283 del Codice di procedura civile, nel testo introdotto dalla legge 353/1990, prevedeva la ricorrenza di «gravi motivi».
La disposizione attualmente in vigore, inserita dalla legge 263/2005, richiede «gravi e fondati motivi, anche in relazione alla possibilità di insolvenza di una delle parti». La norma ha dunque lo scopo di disincentivare i gravami proposti solo nel tentativo di bloccare l’attuazione della decisione appellata.
Nella stessa direzione si sono mossi i successivi interventi del legislatore, a cominciare dalla legge di stabilità 2012 (183/2011), per la quale il giudice del gravame, se dichiara inammissibile o manifestamente infondata l’istanza di sospensione, può condannare la parte che l’ha richiesta a una pena pecuniaria tra 250 e 10mila euro.
La legge di stabilità 2013 (228/2012) ha poi previsto che, se l’impugnazione è respinta integralmente, oppure dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione. Infine, il filtro in appello, introdotto dal decreto legge 83/2012, impone la pronuncia di inammissibilità dell’impugnazione che «non ha una ragionevole probabilità di essere accolta».

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