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Escussione patrimonio provata dal fisco

Nelle società di persone, ad esclusione della società semplice, la prova della preventiva escussione del patrimonio sociale è dell’amministrazione finanziaria. Lo ha stabilito la sezione quinta della Corte di cassazione nell’ordinanza 23178/2021 del 20 agosto. La vertenza nasce dall’impugnazione di una cartella Iva relativa all’anno d’imposta 1998 emessa verso una società in accomandita semplice e pretesa dall’amministratore della società in qualità di socio accomandatario. La Ctr Puglia ha accolto il ricorso del contribuente ritenendo che la mancata notifica a tutti i soci dell’avviso di rettifica avesse determinato la nullità dell’intera procedura di riscossione (cassazione s.u. 14815/2008). La cassazione ha annullato la sentenza, accolto il ricorso e rinviato alla Ctr Puglia. I giudici supremi nell’accogliere il ricorso erariale hanno ricordato che con riguardo ai debiti fiscali, l’amministrazione finanziaria non ha l’obbligo di notificare al socio l’avviso di accertamento o di rettifica dell’Iva, in quanto l’accertamento effettuato nei confronti della società ha effetto anche nei confronti del socio; così come il giudicato ottenuto nei confronti della società di persone costituisce titolo esecutivo nei confronti dei singoli soci. La cassazione ha, quindi, ricordato i principi che regolano il tema del beneficio della preventiva escussione del patrimonio sociale come stabilito dalle sezioni unite (sentenza 28709/2020): in assenza di notifica dell’accertamento (o della rettifica) il socio che riceva la cartella relativa, potrà eccepire (tra l’altro) la violazione della preventiva escussione del patrimonio sociale. In tal caso, se si tratta di società semplice (o irregolare) incombe sul socio l’onere di provare che il creditore possa soddisfarsi in tutto o in parte sul patrimonio sociale. Se si tratta, invece, di società in nome collettivo, in accomandita semplice o per azioni, è l’amministrazione creditrice a dover provare l’insufficienza totale o parziale del patrimonio sociale (a meno che non risulti «aliunde» dimostrata in modo certo l’insufficienza del patrimonio sociale per la realizzazione anche parziale del credito, come, ad esempio, in caso in cui la società sia cancellata). Ne consegue che, se l’amministrazione prova la totale incapienza patrimoniale, il ricorso andrà respinto; se, invece, il coobbligato beneficiato prova la sufficienza del patrimonio, il ricorso andrà accolto. Se la prova della capienza è parziale, il ricorso sarà accolto negli stessi limiti. Se nessuna prova si riesce a dare, l’applicazione della regola suppletiva posta dall’art. 2697 cc comporterà che il ricorso sarà accolto o respinto, a seconda che l’onere della prova gravi sul creditore, oppure sul coobbligato sussidiario.

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