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Errore sugli interessi senza effetti

Il ravvedimento operoso è valido anche se il contribuente ha versato meno interessi rispetto al dovuto. A stabilirlo la Ctr Lombardia con la sentenza 40/45/2013.
La pronuncia trae origine da una cartella emessa nei confronti di una società per azioni che aveva effettuato due versamenti rispettivamente di 275mila e 237mila euro come ravvedimento operoso per tardivo versamento di ritenute. A seguito di un controllo automatico, però, l’ufficio ha riscontrato che la Spa aveva versato a titolo di interessi somme (anche se di poco: rispettivamente di 143 e 6 euro circa) inferiori a quelle effettivamente dovute. Così, l’amministrazione finanziaria ha ritenuto non perfezionato il ravvedimento operoso e ha iscritto a ruolo l’intera sanzione del 30% – per un importo di oltre 164mila euro – sugli importi complessivi tardivamente versati delle ritenute.
La società ha impugnato la cartella in Commissione tributaria provinciale che ha accolto il ricorso ma il Fisco ha proposto appello in Ctr. In particolare, l’agenzia delle Entrate è partita dal presupposto che uno dei requisiti indispensabili per perfezionare il ravvedimento consiste nel versamento dell’intero ammontare dovuto all’Erario a titolo di imposta, sanzioni ridotte e di interessi. Pertanto il ravvedimento, a suo avviso, non era andato a buon fine a fronte di un versamento di interessi inferiore rispetto al dovuto, anche se per un modestissimo importo (circa 150 euro su un totale di oltre 512mila euro).
Respingendo l’appello dell’ufficio, i giudici lombardi hanno innanzitutto precisato che il ravvedimento operoso rappresenta certamente un istituto eccezionale, soggetto a precise e rigide condizioni come, tra l’altro, l’esatto e integrale versamento di quanto dovuto.
Tuttavia, anche sulla scia dell’orientamento giurisprudenziale di legittimità, la validità del ravvedimento richiede l’integrale ed esatto versamento delle imposte e delle sanzioni ma non quello degli interessi. Questi ultimi, infatti, anche se certamente dovuti, non possono da soli determinare il mancato perfezionamento del ravvedimento operoso, anche alla luce dei frequenti errori generati dai software di calcolo in commercio e non dal contribuente.
Secondo la sentenza 40/45/2013, inoltre, il rispetto dello spirito dello Statuto dei diritti del contribuente – improntato al principio di collaborazione e buona fede tra lo stesso contribuente e l’amministrazione finanziaria – verrebbe meno se si ritenesse legittima una sanzione di oltre 164mila euro a fronte di un errore di 148 euro commesso in buona fede. Viene ritenuto, infatti, poco credibile il sospetto dell’ufficio che la società abbia voluto lucrare sulla differenza di 150 euro a fronte di molte centinaia di euro versate per perfezionare il ravvedimento operoso.
Nella ricostruzione fornita dai giudici, la questione rientra nella fattispecie dell’errore scusabile, principio generale di cui la stessa amministrazione finanziaria riconosce la validità giuridica. In tal senso militano anche le indicazioni fornite dalla circolare 48/E/2011 secondo cui «gli uffici non mancheranno, tuttavia, di fare corretta applicazione del principio dell’errore scusabile, enunciato all’articolo 16, comma 9, legge 289/2002, secondo cui in caso di pagamento in misura inferiore a quella dovuta, qualora sia riconosciuta la scusabilità dell’errore, è consentita la regolarizzazione del pagamento medesimo entro 30 giorni dalla data di ricevimento della relativa comunicazione dell’ufficio».
Il collegio d’appello ha, quindi, anteposto l’interesse del contribuente a essere sanzionato secondo equità e ragionevolezza al comportamento rigoroso dell’ufficio, finalizzato a ritenere ritardato l’intero pagamento con conseguente applicazione delle sanzioni del 30% per insufficiente versamento dell’importo dovuto.

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