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Ergastolo ostativo incostituzionale Un anno di tempo per la riforma

Il cosiddetto «ergastolo ostativo» è incompatibile con la Costituzione, ma la Corte costituzionale non se l’è sentita di cancellare con un tratto di penna un pezzo di legislazione antimafia scritto con il sangue delle stragi che nel 1992 uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. «L’accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità», fanno sapere dal palazzo della Consulta in attesa dell’ordinanza che spiegherà i motivi di questa decisione dilatoria: tra un anno la Corte tornerà a riunirsi, e se nel frattempo il Parlamento non avrà modificato i divieti assoluti che impediscono a boss e gregari non pentiti di accedere ai benefici penitenziari previsti per gli altri detenuti, quella norma sarà cancellata. Al legislatore è stato concesso il tempo di intervenire tenendo conto «sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi». Nel rispetto della Costituzione, però.

È stata una decisione difficile, quella della Consulta. Arrivata dopo una camera di consiglio cominciata prima di Pasqua e rinviata alla ripresa dei lavori proprio perché i giudici potessero valutare ogni aspetto di una questione che fuori dal palazzo aveva già animato dibattiti anche aspri tra giuristi, magistrati e «opinionisti antimafia». E l’ulteriore rinvio è un altro segnale di difficoltà.

La Corte aveva davanti a sé una strada per certi versi segnata da una precedente sentenza, la numero 253 del 2019, che aveva rotto l’argine. In quell’occasione si discuteva dell’impossibilità di concedere i permessi premio ai condannati per mafia che non collaborano con la giustizia, e fu dichiarato incostituzionale l’automatismo tra il «non pentimento» davanti ai magistrati, accusando se stessi e altri, e il mancato accesso ai benefici. Ma con una maggioranza ridotta all’osso (8 a 7), sintomo di una lacerazione interna che rispecchiava la consapevolezza di aprire una breccia nel muro della risposta dello Stato alla tracotanza mafiosa esplosa con le bombe del ’92 e del ’93. Ed era pronta, annunciata e in parte già dichiarata, l’accusa di cedimento alle pretese dei capimafia e addirittura alla «trattativa» avviata al tempo delle stragi.

Perché il rinvio

La Corte ha voluto evitare di cancellare in un solo giorno anni di legislazione antimafia

La Corte non ha eluso il problema perché la dichiarazione di incostituzionalità dell’automatismo tra mancata collaborazione e negazione dei benefici (nel caso specifico la liberazione condizionale, cioè la possibilità di lasciare il carcere anche per gli ergastolani dopo almeno 26 anni di pena scontata) è netta ed è stata decisa all’unanimità. Ma all’unanimità si è anche preso atto che la legislazione antimafia — compreso il cosiddetto «doppio binario» che giustifica alcune durezze altrimenti ingiustificabili, anche nel percorso penitenziario, fondato sulla particolare pericolosità del legame tra l’organizzazione criminale e i suoi affiliati — non è fondata sul nulla, bensì figlia di una realtà tanto peculiare quanto deleteria. Assimilare i reclusi per mafia a tutti gli altri, senza più dare peso a differenze e specificità, significherebbe di fatto abolirla. Con immaginabili conseguenze, sul piano reale e su quello mediatico.

Di qui la decisione di investire il Parlamento, prima di procedere all’abolizione della norma. Con un segnale chiaro: così com’è l’ergastolo ostativo non può reggere. Perché la «assoluta pericolosità presunta» di chi non s’è pentito ha «conseguenze afflittive ulteriori e impedisce il percorso carcerario del condannato, in contrasto con la funzione rieducativa della pena»; inoltre «si basa su una generalizzazione che può essere invece contraddetta, a determinate e rigorose condizioni», da elementi diversi dalla collaborazione, che devono essere valutati dai magistrati di sorveglianza. Se il Parlamento (e prima ancora il governo) vuole mantenere le differenze ha il tempo di farlo, ma a partire da questi principi sanciti dalla Corte nel 2019 e da quelli che saranno illustrati nella nuova ordinanza.

L’assoluta pericolosità presunta di chi non s’è pentito ha conseguen-ze afflittive ulteriori e impedisce il percorso del condan-nato, in con-trasto con la funzione rieducativa della pena

La decisione di ieri richiama quella con cui, nel 2018, la Consulta rinviò di un anno la sentenza sul «suicidio assistito» nella vicenda Cappato-dj Fabo. Anche in quel caso si trattava di una questione divisiva, sul piano etico; il Parlamento rimase inerte nell’anno di tempo concesso dai giudici, e nel 2019 arrivò la bocciatura della norma. Stavolta ci sono di mezzo questioni politico-sociali ugualmente rilevanti. Il fronte parlamentare ha già mostrato le prime spaccature all’interno della maggioranza, con Lega e Cinque Stelle indispettiti dai richiami della Corte mentre il Pd invita a prenderne atto, al pari di associazioni come Antigone e Nessuno tocchi Caino. Nel frattempo al ministero della Giustizia è arrivata Marta Cartabia, ex giudice costituzionale tra i protagonisti della sentenza del 2019. La verifica è fissata a maggio 2022, trentesimo anniversario delle strage di Capaci da cui tutto prese le mosse.

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