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Eredità così diventa un’impresa di famiglia

di Maria Silvia Sacchi

Ad Alba, la città del Piemonte dove ha sede l'azienda, Giuseppe Miroglio dice che «il passaggio generazionale quasi dovrebbe essere messo nel Codice civile» perché «se si affronta nel momento in cui esplode si rischia di non poterne controllare le conseguenze». L'amministratore delegato di Miroglio, società della moda da un miliardo di euro di ricavi, sa di cosa parla visto che è arrivato al comando dell'azienda di famiglia al termine di un braccio di ferro con il ramo familiare rappresentato dal cugino Edoardo. Due visioni diverse del business ed età molto differenti all'interno della stessa generazione avevano provocato una spaccatura. Per fortuna Miroglio aveva denaro in cassa, e questo, insieme alla volontà di arrivare a una soluzione, ha consentito di trovare l'accordo.
A Padova, la storia di Vittorio Tabacchi non ha avuto lo stesso esito. Il padre aveva lasciato Safilo, secondo produttore mondiale di occhiali, a Vittorio e ai due fratelli che non avevano, però, la stessa visione strategica, soprattutto in tema di alleanze. Così Vittorio si è indebitato e ha indebitato l'azienda per rilevare le quote dei fratelli. È uscito e rientrato in Borsa, ma alla fine è stato costretto dal debito a cedere Safilo agli olandesi di Hal.
Polemiche
Sono due casi, tra i tanti che si possono raccontare, che spiegano come l'intreccio tra famiglia e impresa possa diventare pericoloso in un momento-cardine come quello della successione ereditaria. È pensando a questo che l'Aidaf, associazione delle aziende famigliari, dopo diversi anni di lavoro, ha presentato al Parlamento una proposta per modificare le quote dell'eredità cosiddetta legittima. La norma era entrata nel decreto per lo sviluppo del governo Berlusconi e subito è stata ribattezzata «anti-Veronica» perché agevolerebbe la successione delle aziende che fanno capo al presidente del Consiglio (gruppo Fininvest-Mediaset-Mondadori). Dopo le polemiche è stata ritirata dal decreto, come ha spiegato il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani nel corso della puntata di «Porta a Porta» di giovedì 27 ottobre. Ma potrebbe essere riproposta per una discussione parlamentare, terreno, quest'ultimo, di certo il più adatto per affrontare una questione così delicata.
Secondo il governo, la quota di eredità riservata ai figli dovrebbe essere divisa in due: la prima metà suddivisa in parti uguali tra i figli, la seconda metà a disposizione del genitore che può attribuirla anche a uno solo dei figli attraverso il testamento. Non viene, invece, toccata l'eredità del coniuge (in molti accordi di famiglia i coniugi vengono esclusi dalla successione azionaria con il meccanismo della cessione-acquisto delle quote). «È un tema che richiede un confronto parlamentare — dice Anna Danovi, avvocato matrimonialista che ha fatto parte della commissione Aidaf che ha elaborato la proposta — e che va corredata, come Aidaf aveva fatto, da una serie di altre normative, per esempio i patti prematrimoniali».
Numeri
Oltre il 55% delle aziende italiane con più di 50 milioni di euro di fatturato è posseduta da una o più famiglie; l'85% se si considerano quelle sotto i 500 dipendenti. Se si scorre il listino delle aziende quotate si vede come, potenzialmente, tolte le grandi società pubbliche, le banche e poche altre, l'argomento interessi quasi tutte le realtà presenti. I nomi sono quelli delle grandi famiglie italiane, dai Tronchetti ai Ligresti, dai Benetton ai Bertelli-Prada, dai Marzotto ai Del Vecchio, ai Caltagirone, ai Della Valle, Montezemolo, ai Bombassei, ai Ligresti, ai Boroli-Drago, ai Garavoglia, ai Garrone, ai Falck, i Benedetti (vedere articolo sul gruppo Danieli a pagina 10). Ma anche, uscendo da Piazza Affari, troviamo gli Zegna, i Loro Piana, i Bracco, i Lavazza, gli Illy, gli Snaidero, gli Armani, i Maramotti, i Riva, i Lucchini e via elencando. È il tessuto imprenditoriale italiano. Alcuni casi, solo a titolo esemplificativo, sono nel grafico e nell'articolo a fianco.
Merito
Gioacchino Attanzio, direttore generale dell'Aidaf, ha spiegato che l'obiettivo è tutelare l'impresa, «soprattutto quelle in cui l'imprenditore vi ha investito ogni suo avere e non ha, quindi, la possibilità di compensare gli altri figli in un modo diverso». Anche Guido Corbetta, docente in Bocconi ed esperto di aziende familiari che ha fatto parte della commissione Aidaf, dice che «con questa proposta si dà una possibilità in più all'imprenditore. Non è un obbligo, ma la possibilità di scegliere dove allocare il proprio patrimonio, premiando chi lo merita. È una normativa fortemente meritocratica». Il perché ce ne sia bisogno, spiega Corbetta, sta in un numero: 40%. «Circa il 40% delle aziende familiari italiane secondo l'Osservatorio Aub — dice il docente — sono gestite da una coppia o da un trio di persone. In alcuni casi è il risultato della difficoltà di assegnare a uno o a una degli eredi un maggior potere in azienda». Perché, conclude Corbetta, «si fa fatica a fare una "classificazione" dei propri figli. Forse, il tema in Italia è proprio questo». Più cauta, invece, Daniela Montemerlo, docente di strategia delle imprese familiari, secondo la quale «va anche bene rivedere la legittima, in fondo il patrimonio è di chi lo ha creato; ma sono situazioni molto delicate che richiedono di essere ben spiegate dentro una famiglia, altrimenti rischiano di creare problemi peggiori».
Ha raccontato, alcuni anni fa, Marco De Benedetti, attuale capo di Carlyle Italia: «Quando ho deciso di fare un percorso autonomo al di fuori della famiglia, ho fatto una scelta molto ragionata. Quando si è in tre, e soprattutto tre persone con idee, sa cosa può venir fuori? Chiunque conosca mio padre, mio fratello e me può facilmente darsi una risposta. Per quel che mi riguarda ho preferito mantenere un rapporto con la famiglia, scegliendo di avere una strada esterna in settori che mi appagano».

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