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Equo compenso più esteso: fronte comune dei professionisti

Estensione dell’equo compenso (al momento limitato ai contratti con i clienti cosiddetti “forti”), maggiore incisività nell’applicare lo strumento anche alla pubblica amministrazione, coinvolgimento di tutte le professioni autonome (comprese quelle non ordinistiche), rivisitazione e accorpamento delle norme sparse in leggi diverse (ora si fa riferimento soprattutto al Codice civile): i professionisti fanno fronte comune, per quanto con alcuni distinguo, sulla riforma delle regole che garantiscono loro il diritto a una parcella giusta. L’occasione è data dall’esame presso la commissione Giustizia della Camera di quattro disegni di legge di modifica dell’equo compenso. Si tratta di proposte di origine politica diversa – Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e 5Stelle – ma che mirano, seppure con differenti approcci, a rimettere mano alla disciplina introdotta nel 2017 per far fronte all’abolizione delle tariffe intervenuta agli inizi del 2012.

Prima ancora che la discussione entri nel merito delle varie proposte, la commissione Giustizia ha voluto sentire i diretti interessati. Nei giorni scorsi si sono svolte le audizioni del Consiglio nazionale forense, di quello dei dottori commercialisti, di Confprofessioni, del Cup (Comitato unitario professioni) e di Assoprofessioni. «Le audizioni – spiega Ingrid Bisa (Lega), relatrice dei Ddl – proseguiranno e dovrebbero concludersi nel giro di qualche settimana. Dopodiché vorrei si lavorasse a un testo base su cui iniziare la discussione. Su questo punto, però, ancora non c’è stato un confronto politico».

La sede parlamentare è stata, dunque, l’occasione per iniziare a raccogliere le istanze delle categorie, per le quali l’equo compenso rappresenta un nervo scoperto.

Gli avvocati

Da tempo chiedono di rivedere il meccanismo. A tal scopo è stato anche istituito al ministero della Giustizia un tavolo ad hoc. Davanti alla commissione Giustizia il Cnf ha ribadito la necessità che si vada oltre la tutela dell’avvocato solo nei confronti dei clienti “forti” (come banche e assicurazioni e solo in caso di convenzione) e si estenda il perimetro di applicazione dell’equo compenso, strumento da utilizzare con maggiore puntualità anche quando il contraente è una pubblica amministrazione.

Tra i criteri generali indicati dagli avvocati, anche l’introduzione di una soglia minima dei compensi del professionista, indipendentemente dalla tipologia del committente, a cui far eventualmente corrispondere un limite massimo della parcella; la possibilità per i Consigli nazionali delle categorie di adire azioni collettive contro le violazioni della norme sull’equo compenso; l’istituzione di una Autorità nazionale che vigili sul rispetto delle regole e sanzioni la loro violazione, evitando ai professionisti di finire per forza davanti al giudice civile per vedersi riconosciuto il giusto corrispettivo.

I commercialisti

L’ampliamento della disciplina dell’equo compenso e il suo rispetto anche da parte della Pa sono stati chiesti pure dal Consiglio nazionale dei commercialisti, che ha inoltre sottolineato con favore l’istituzione di parametri di calcolo differenziati per categorie (al momento esiste un decreto che indica quelli degli avvocati e un altro per il resto delle professioni), la possibilità di introdurre norme deontologiche per sanzionare chi non rispetta i criteri dell’equo compenso e l’istituzione di un osservatorio nazionale per monitorare l’applicazione dello strumento, osservatorio ora previsto solo per gli avvocati.

Le altre categorie

Sia Confprofessioni che Assoprofessioni hanno insistito sulla necessità di indicare a chiare lettere che le garanzie sull’equo compenso valgono anche per le professioni non regolamentate e per tutti i lavoratori autonomi. Questo apre la strada alla necessità di mettere nero su bianco dei riferimenti economici nuovi, superando la logica dei parametri indicati dai decreti ministeriali, applicabili solo alle professioni ordinistiche.

Altro capitolo, molto sentito, è quello dei rapporti con la pubblica amministrazione. Tutti d’accordo sulla necessità di stroncare il fenomeno dei bandi pubblici con richiesta di servizi e consulenze a titolo gratuito.

Confprofessioni, in particolare, ha ricordato che il divieto di incarichi gratuiti non è ancora un principio consolidato nemmeno per i giudici. Infatti mentre il Tar Campania (ordinanza 24-25 ottobre 2018) ha dichiarato l’illegittimità di bandi su prestazioni professionali rese a titolo gratuito, subito dopo il Tar Lazio (sezione II, sentenza 30 settembre 2019) ha concluso nel senso contrario, sostenendo che la gratuità rientra nella libera scelta del professionista.

Comitato unitario professioni e Rete delle professioni tecniche hanno insistito anche sulla necessità di evitare “sconti” alla Pa con un «no» secco alla possibilità, indicata in una delle proposte, di ridurre del 50% i compensi di fronte a contraenti pubblici. Il Cup vede poi con favore anche un ruolo centrale di vigilanza sull’equo compenso da parte dei Consigli nazionali, ai quali ci si potrebbe rivolgere sia in via preventiva per evitare controversie, sia per ottenere veri e propri giudizi di congruità sulle parcelle proposte.

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