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Equitalia, il ruolo difficile della macchina delle tasse

Nata nel 2006 accentrando le funzioni delle esattorie private, è posseduta al 51% dall’agenzia delle entrate e per il resto dall’Inps. Le recenti norme del lettiano decreto del fare hanno dato un po’ di fiato ai debitori, specie a quelli in difficoltà.

Dici Equitalia, traduci terrore, persecuzione, nemico. Un gigante con i piedi di argilla, questo colosso pubblico che dal 2006 riscuote le tasse per conto dello Stato e oltre 8 mila enti, dai ministeri ai Comuni, dall’Inps alle Regioni. Piedi fragili perché minati dal basso consenso sociale che un’attività siffatta ingenera nei cittadini. Specie se i metodi, soprattutto nel passato, non sono dei più soft. Fondamenta traballanti anche per le idiosincrasie con la politica, vogliosa ora più che mai di riformarla. Dal canto suo, la holding Equitalia spa, nata appunto nel 2006, sulle ceneri di circa 40 società private – le vecchie esattorie legate al mondo bancario – vanta un cambio di approccio e snocciola i numeri del riscosso. In media 8 miliardi l’anno, nei primi sette di vita, 55 miliardi totali, con una flessione a poco più di 7 miliardi nel 2012 e 2013. Fisiologica per la grave crisi economica. Ma anche – si nota con malizia – perché lo Stato ha un po’ smussato le rigidità nella lotta all’evasione, alla ricerca di un volto più amico, meno feroce con il contribuente. L’ha rilevato anche la Corte dei Conti. Va bene ridurre la conflittualità, non sbandierare ganasce

e sigilli come piovesse, ma così si indebolisce l’azione di riscossione coattiva dei tributi. E alla fine i crediti dello Stato sono meno tutelati di quelli privati. Fatto sta che le recenti norme – il lettiano decreto del Fare nel 2013 – hanno dato un po’ di fiato ai debitori in difficoltà: rateizzazioni fino a dieci anni, impignorabilità della prima casa sempre, della seconda solo se il debito supera i 120 mila euro, pignoramento dello stipendio abbassato a un decimo fino a 2.500 euro di reddito o pensione (si arriva a un quinto, come fanno le società private, solo sopra i 5 mila euro di entrate mensili). E poi sportelli amici in tutte le sedi provinciali. Nuovo ruolo di consulenza mirata e di cerniera tra chi rivuole i soldi e il cittadino. Cartelle più chiare. Possibilità di far tutto o quasi online, dunque pagare o richiedere la sospensione della riscossione o anche le rateizzazioni (2 milioni e 300 mila quelle concesse dal 2008 per quasi 25 miliardi). Una rivoluzione certo da quando, nella sede romana di via dei Normanni, la gente arrivava con i panini in attesa del proprio turno. Pace fatta con i cittadini? Passi avanti, diciamo. Che forse qualche risultato l’hanno sortito, visto che nelle urne gli italiani non hanno premiato più di tanto chi ha messo all’indice Equitalia in campagna elettorale, come Forza Italia, Lega, Movimento Cinque Stelle, al punto da volerla abolire. Sebbene l’idea solletichi anche il premier Renzi, ma per tutt’altro scopo. Più lotta all’evasione non meno, fondendo Equitalia con Agenzia delle Entrate che ora la possiede al 51% (il resto è nelle mani dell’Inps). Non tutti sono d’accordo, nel governo. Il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti ad esempio vorrebbe due entità separate, ancora più autonome, con un controllo forte del Mef. Ma soprattutto entità squisitamente tecniche e non più «un ministero delle Finanze ombra». I conti di Equitalia sono a posto. Il bilancio degli ultimi anni è in pareggio. L’ultimo disponibile del 2013 registra anzi un piccolo avanzo di quasi 3 milioni, oltre a una riduzione di spesa per oltre 200 milioni rispetto al 2010, dunque il 20% in meno, frutto della spending review. C’è anche da dire che rispetto alle vecchie società private, Equitalia non riceve più l’indennità di presidio, in pratica trasferimenti statali pari nel 2005 a quasi mezzo miliardo: 470 milioni di euro, dai 550 milioni del passato (a fronte di un riscosso di 2,9 miliardi). Certo, Equitalia si nutre dell’aggio (sceso l’anno scorso dal 9 all’8% e diviso a metà – 4 e 4 – tra contribuente moroso ed ente creditore) e pure del rimborso delle spese per le procedure esecutive. L’aggio del 2013 valeva 560 milioni, l’8% dei 7 miliardi riscossi. Gli 8 mila dipendenti costano annualmente, al lordo di tasse e contributi, quasi altrettanto: 492 milioni, in calo rispetto ai 506 milioni del 2012. Gli stipendi dei vertici (Attilio Befera, presidente uscente di Equitalia e Benedetto Mineo, amministratore delegato) ora sono stati livellati dal governo Renzi a 240 mila euro lordi (quelli dei dipendenti sono fermi però dal 2010, come per tutti gli statali). Tra manager e responsabili si arriva a 340 unità. La struttura societaria è semplice, articolata nei tre Agenti della riscossione: Equitalia Nord, Equitalia Centro, Equitalia Sud. E snocciolata per 220 sportelli. I cinquemila consulenti messi a bilancio – una cifra aspramente criticata – sono in realtà avvocati: mille difendono Equitalia, 4 mila i cittadini nei contenziosi persi da Equitalia (su 100-120 mila all’anno). Un pezzo di clienti se ne andrà dal primo gennaio prossimo, a meno di ulteriori, ennesime, proroghe. Lo prevede la legge 147 del 2013, confermata dalla delega fiscale, che obbliga i Comuni a staccarsi da Equitalia e provvedere in proprio a riscuotere circa 700-750 milioni l’anno. Fin qui nessuno ancora c’è riuscito, anzi le norme sono caotiche. Un’altra legge difatti prevede anche un Consorzio che l’Anci, l’associazione dei municipi, dovrebbe creare in sostituzione. Ma in collaborazione con Equitalia. LE RISCOSSIONI DI EQUITALIA A sinistra, gli incassi di Equitalia nel corso degli ultimi anni. Dagli 8,9 miliardi del 2010 (picco massimo) si è passati ai 7,1 miliardi del 2013

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