Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Eppur l’Italia si sta muovendo

«Eppur si muove», ripeté sottovoce Galileo Galilei, dopo l’abiura all’eliocentrismo pronunciata davanti al Tribunale dell’Inquisizione. E, in qualche misura, lo si potrebbe affermare ancora oggi alla luce dei segnali che cominciano a crescere e a infittirsi. Che cosa si sta muovendo nella penisola? Cerchiamo di mettere insieme alcuni indizi che ci possono guidare nel farci un’idea del futuro che ci attende.

Innanzi tutto, pensiamo all’operazione Intesa-Ubi, rispetto alla quale non nutriamo né pregiudizi né specifiche simpatie. Partita prima della pandemia, l’acquisizione di Ubi da parte di Intesa significa che il colosso italiano diventa ancora più colosso, rompendo la simmetria esistente con Unicredit, alle prese con i propri annosi problemi e con un certo allontanamento dal focus italiano. Voglio ricordare che Banca Intesa è la nipote legittima di Nino Andreatta, creatore del polo bancario cattolico che negli ultimi venticinque anni di storia repubblicana ha contato, eccome!

Ebbene, Banca Intesa sarà uno dei soggetti che fatalmente influirà nel futuro quadro politico nazionale e non solo, giacché, col suo peso (finanziario, economico e, fatalmente, politico), diventerà un fattore imprescindibile col quale il potere formale si dovrà confrontare il futuro economico, finanziario e industriale del Paese.

Il secondo indizio si chiama John Elkann. Gettiamo nella spazzatura le facili ironie di coloro che non sanno distinguere la moneta buona dalla moneta cattiva (anzi, di fatto, da anni sono spacciatori di cattiva moneta), e valutiamo la situazione: Elkann considerato il fortunato partner di Sergio Marchionne, colui che s’era trovato lì nella qualità di azionista quando, rimosso Luca di Montezemolo dalla presidenza della Fiat, era stato chiamato a prenderne il posto, più presidente di campanello che operativo, in questi anni ha mostrato di saper orientarsi nel mondo finanziario internazionale senza incertezze, tanto che la sua Exor, cassaforte di famiglia, continua a registrare plusvalenze di borsa e utili record. Diventato, nonostante il mutamento di pelle della sua Fiat ormai diventata Fca, azionista di riferimento dell’editrice dell’Economist, definisce un accorpamento della sua attività editoriale domestica nel gruppo Gedi, fondato dall’«ex-nemico» Carlo De Benedetti. La cosa procede per qualche tempo senza particolari scosse, sino a qualche settimana fa. Il gruppo Gedi è scosso dalla contestazione del fondatore che prima attacca Mario Calabresi e poi i figli, che, allontanatolo dalla direzione, hanno assunto Carlo Verdelli, il giornalista che aveva modernizzato e rilanciato la Gazzetta dello Sport e poi aveva lavorato a un piano, mai approvato, per una Rai aggiornata alle esigenze attuali. Ebbene, sulla base dei numeri di Repubblica e del gruppo, Carlo De Benedetti si offre di ricomprare le azioni a suo tempo regalate ai figli. La tensione è al massimo, finché non emerge John Elkann che compra tutto. Un investimento non finanziario, ma industriale. Tutti possono capire che non ci può essere alcuno scopo finanziario o industriale nell’acquisto del gruppo: non c’è all’orizzonte alcun possibile utile da dividere tra i soci dell’impresa.

Quindi, l’interesse di Elkann è un altro e riguarda il gruppo editoriale e il suo posizionamento. Il giovane erede dell’avvocato (e oggi si dimostra che quando l’ha valutato e l’ha indicato come suo erede, Gianni Agnelli ha lucidamente visto giusto) decide e decide rapidamente. Da qui, un nuovo direttore, Maurizio Molinari, a Repubblica e Massimo Giannini a La Stampa. La volontà è chiara: disporre nello scacchiere italiano di una presenza che vada oltre il cruciale e problematico settore dell’auto occupando una posizione di forza tra i media.

Non sorridete: nonostante le difficoltà e la caduta di appeal, Repubblica e la Stampa – e il Secolo XIX – godono ancora di un pubblico rispettabile pronto – se le indiscrezioni sul digitale in stile NYT (abbonamenti digitali a 1 dollaro la settimana hanno portato 700 mila nuovi abbonati al giornale di New York) – a tornare agli antichi splendori e a occupare, non già la vecchia platea radical comunista, quella storica, ormai spazzata via dal vento del grillismo e dalla evidente irrimediabile obsolescenza di tante firme (che intanto hanno intanto messo 100 mila euro a testa per mettere in piedi un nuovo giornale, una specie di Secolo d’Italia dei reduci della repubblica scalfariana), ma una nuova platea fatta da ceto medio e soprattutto nuove generazioni, quadri e dirigenti affermatisi nel mondo produttivo e disgustati dall’incapacità e dall’ignoranza di coloro che gli altri italiani hanno eletto al Parlamento e autorizzato a governare.

Il senso di questa operazione che deve ancora sviluppare tutte le proprie potenzialità, è confermato dal domenicale articolo di fondo di Massimo Giannini (diventato improvvisamente un «ragionevole ragionatore» privo delle precedenti asprezze) su La Stampa: «… Draghi: serve uno sforzo di «rapidità» (perché ogni esitazione potrebbe avere «conseguenze irreversibili») e serva un radicale «cambio di mentalità» (perché questa crisi non è ciclica ma strutturale). «Ci serva da monito la memoria delle sofferenze degli europei durante gli Anni Venti»… Senza inutili endorsement, perché non ha interesse. Ma queste sono le parole di un leader che ha capito la «guerra» terribile che stiamo combattendo…». Per quel che ho visto, frequentando in tempi remoti l’avvocato e suoi famigli, Giannini non avrebbe scritto un vero e proprio endorsement (a dispetto dell’anodina e preventiva smentita) se non fosse stato concordato con John Elkann. Oserei dire se non fosse stata la sua esplicita volontà. E questo senza alcuna critica a Giannini.

E debbo anche segnalare che Molinari su Repubblica dispiega la posizione del giornale sulla posizione Macron (fresco socio di Elkann in Peugeot)-Merkel. Il che chiude il cerchio. Ultima notazione: nei termini definiti, John Elkann sarà il primo azionista privato del nuovo colosso Peugeot-Fca.

Il terzo indizio si chiama Carlo Bonomi nuovo presidente di Confindustria. Dopo un periodo di grave decadenza dell’organizzazione datoriale, dovuto a una serie di fattori, soprattutto alla perdita di referenzialità (la buona performance di Vincenzo Boccia, ultimo presidente, è stata inficiata proprio dall’assenza di un forte pacchetto di mischia di sostegno), arriva un imprenditore-manager che proviene dalla presidenza dell’Assolombarda, la più importante associazione territoriale d’Italia. E arriva su una piattaforma di esplicita contestazione dei metodi di questo governo, delle sue visioni, dei suoi programmi. E di critica puntuale alla dirigenza della Cgil, incapace di adeguarsi alla modernità e di contribuire al cambio di passo nazionale (riformismo invece di massimalismo).

Bastano questi tre indizi (ai quali si possono aggiungere tutti gli irrigidimenti in corso nei rapporti impresa governo) per dirci che, finalmente, la borghesia sembra avere deciso di occuparsi dell’Italia, assumendosi le responsabilità che un tempo (1946-1966) le avevano permesso di coguidare la ricostruzione, il rilancio e i vari miracoli economici. La borghesia dovrebbe avere realizzato che lasciar fare a questa gente e alla sua politica compromette certo i suoi interessi, ma soprattutto quelli della Nazione di cui essa è stata per decenni il nerbo portante.

Se l’analisi vi appare convincente, aspettatevi, aspettiamoci altri passi, compreso quello (di cui si parla da tempo) di un movimento di quarantenni curricolati (sul serio) capace di scuotere come i 40 mila della famosa marcia la stagnante e mefitica acqua di questa pozzanghera romana.

Se si tornasse al gioco politico, quello vero, l’elenco di nullità che occupano posizioni di rilievo nel governo, nello Stato e nei partiti andrebbe rapidamente in fumo. Una nuova classe dirigente non si improvvisa: si ha. E noi l’abbiamo latente, ma pronta, nelle migliaia di realtà produttive che sono diffuse in Italia da Aosta a Gorizia a Porto Empedocle. Quanto ai parassiti avranno libertà di scelta: lavorare o lavorare.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«È assolutamente necessario evitare che la crisi pandemica sia seguita da una depressione economic...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il governo teme il peggio per l’economia italiana. Lo scrive il ministro Pd dell’Economia Robert...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Quando Luigi Di Maio dice: «Sul Mes ci fidiamo delle parole di Giuseppe Conte», sta lanciando la p...

Oggi sulla stampa