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Enti di previdenza, derivati ko

Derivati fuori dal portafoglio delle Casse di previdenza. L’intenzione di regolamentare gli investimenti degli enti in modo che la gestione del patrimonio sia quanto più sicura possibile è in contraddizione con la possibilità di usufruire degli strumenti derivati. Ragion per cui invece che porre dei limiti al loro utilizzo «sarebbe assai più congruo stabilire l’esclusione tout court del loro uso». Questo il parere interlocutorio espresso dal Consiglio di stato sullo schema di regolamento del ministero dell’economia e delle finanze che rivede le modalità di investimento delle Casse di previdenza. L’obiettivo del testo, come illustrato dal Mef allo stesso Consiglio di stato è quello di riuscire a tracciare un quadro di riferimento prudenziale per gli enti previdenziali interessati in un’ottica di sana gestione sia sul piano della redditività sia sul piano del minimo rischio. «Ecco perché», si legge nel parere del Consiglio di stato, «l’utilizzo dei derivati, tenuto conto anche delle drammatiche esperienze che hanno segnato l’economia internazionale negli ultimi anni, appare un investimento ad alto rischio. Pertanto», ha concluso sul punto il Cds, «proprio in ossequio alla politica di gestione prudenziale che ispira l’intero impianto del regolamento in esame, sarebbe assai più congruo stabilire, anziché limiti agli investimenti in questo senso, l’esclusione tout court dell’uso dei derivati». Il parere si sofferma poi sulle procedure di scelta dei soggetti gestori, in caso di investimenti indiretti. In particolare, ad avviso del Consiglio di stato, proprio alla luce della espressa volontà di mitigare il più possibile non solo i rischi derivanti dall’affidamento a soggetti terzi degli investimenti ma anche la stessa capacità di controllo dell’ente rispetto all’operato di questi soggetti, pare necessario affermare che «in ordine alla selezione del gestore, la sola procedura a evidenza pubblica sia in grado di assicurare una adeguata tutela degli interessi dell’ente previdenziale e degli aderenti e il perseguimento degli obiettivi indicati, nonché di garantire appieno il controllo sui procedimenti di esternalizzazione». Ma l’ultima parola sul punto spetterà all’Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone. Il Consiglio di stato, infatti, concludendo sul punto relativo ai soggetti gestori sottolinea come «pur propendendo per i motivi esposti, per la tesi della applicabilità alla scelta dei gestori e dei depositari delle procedure ad evidenza pubblica, tenuto conto che la questione sollevata dall’amministrazione investe indirettamente la competenza dell’autorità di vigilanza si contratti, ora confluita nell’ambito dell’Anac, ritiene preliminarmente di acquisire sul punto il parere di detto organismo». Il testo, ora, su espressa previsione di palazzo Spada tornerà al vaglio del Mef che dovrà decidere se e come adeguarsi alle osservazioni ricevute.

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