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Enrico Letta “Mes e piano green è l’ora della svolta o vincerà l’egoismo”

L’Europa del semestre tedesco? O si conferma quella sociale e solidale di maggio, o scompare. L’Italia da progettare con i fondi europei? Deve sfruttare l’onda verde e inventare un Recovery plan tutto green. Il Mes? Va preso, subito. Enrico Letta, preside della scuola Affari internazionali dell’università SciencesPo a Parigi, ex premier, fa molte proposte. E un invito: «I 5 stelle non sono una costola della sinistra, bisogna rispettare la loro diversità».
Il primo luglio in Europa comincia il semestre guidato dalla Germania.
Cosa deve fare l’Italia per mettersi in sintonia con la nuova fase che ha davanti?
«Questo semestre è cruciale perché può mettere in sicurezza la nuova Europa nata con il Recovery plan: l’Europa sociale e della solidarietà. Se non ci riuscisse, il grandissimo rischio è l’effetto frustrazione, un’onda di delusione che farebbe vincere il sentimento di marzo, quando la maggioranza degli italiani aveva voltato le spalle a un’Unione europea che sembrava voltarle a noi.
I prossimi mesi porteranno alla scelta definitiva: o vinceranno gli egoismi, o prevarrà la solidarietà. Non c’è una terza via».
Da cosa dipende?
«Merkel e Berlino sono decisive in questa vicenda. La Germania aveva giocato secondo me un ruolo negativo dieci anni fa, quando davanti alla crisi di allora ebbe un approccio solo finanziario, bloccando qualunque approccio di tipo sociale. Adesso è protagonista di un cambiamento con la presidenza Merkel e con quella della commissione europea di Ursula von der Leyen».
Perché questo cambiamento?
«Ci sono tre ragioni. La prima è che la Corte di Karlsruhe, definendo in parte incostituzionale il quantitative easing, aveva preso una decisione folle che appiattiva la Germania sulla Polonia e sull’Ungheria. Il secondo motivo è l’uscita dalla Gran Bretagna: con l’uscita di 4 mesi fa, la Germania si è trovato senza il suo alleato di sempre sulle politiche neoliberiste di austerità. La terza è una questione economica: i tedeschi hanno capito che neanche per loro funziona un modello in cui hanno successo dentro un’Europa che va male».
E l’Italia? Cosa deve fare per agganciarsi a questo percorso?
«Dagli stati generali sono uscite un sacco di proposte grazie alle parti sociali che sono la fortuna dell’Italia.
Il Covid ha portato a un nuovo protagonismo dei corpi intermedi, che saranno fondamentali per vincere la battaglia che ci aspetta. Chi li ha, come noi, ha un vantaggio rispetto a Paesi con modelli più finanziari come la Gran Bretagna.
Penso che il governo abbia la possibilità di tramutare in strumenti operativi tutta la discussione che c’è stata. Io metterei attenzione sulla piccola e media impresa e sul lavoro».
Veniamo alla questione cruciale: il Mes. Il Movimento dice no.
«Ne parlai con Repubblica a marzo e non ho cambiato idea. Siamo davanti alla crisi più profonda di sempre e l’Italia è il Paese più esposto, con una crescita del debito spaventosa. Non dobbiamo sottovalutare quello che sta per accadere, la più grande crisi sociale che abbiamo mai vissuto. Per affrontarla ci vogliono soldi da mettere nelle parti dell’economia e della società con le ferite maggiori. E siccome i soldi nazionali non bastano e spesso e volentieri sono arrivati in ritardo, e i fondi del Recovery plan non saranno visibili prima dell’anno prossimo, il ponte del Mes è fondamentale. Si tratta di 36 miliardi praticmente a tasso zero».
Secondo i 5 stelle non sono affatto fondamentali. Anche Conte al momento sembra pensarla così.
«Faccio un esempio di come questi fondi potrebbero essere usati mettendo in circolo salute e lavoro.
Penso a 1000 centri di telemedicina che consentano diagnosi esatte e precoci ai cittadini dei tantissimi paesi montani o remoti della nostra penisola. Quanti vivono a più di un’ora dall’ospedale più vicino?
Tantissime persone, molte anziane.
Sarebbe un piano che risponde alle loro paure e che dà lavoro a centinaia di start up in tutto il Paese. Si può fare solo con un grande finanziamento europeo. E aggiungo: nel resto d’Europa non sarebbe spiegabile un’Italia che non accede al fondo salva-Stati. Farebbe pensare alla sopravvivenza di orpelli ideologici, complottisti, che fanno perdere credibilità al nostro Paese e all’ottimo lavoro fatto da Conte in Europa».
E lo stigma, se fossimo i soli ad accedere?
«La Spagna nel 2012 ha preso il Mes ed è uscita dalla crisi meglio di noi, ma in Italia si parla solo di Grecia. Lo stigma sarebbe fare più debito a tasso maggiore, rendendo il Paese fragile».
La Francia viene da un turno di amministrative in cui la sinistra è stata rianimata dall’alleanza con tanti candidati verdi. E’ un modello per l’Italia?
«Non è solo una vicenda francese, ma europea. È probabile che i Verdi vadano al governo in Germania l’anno prossimo e sarà il vero punto di svolta. Governano già in Irlanda, in Austria. Non è un fuoco di paglia e in Francia il boom c’è stato senza una leadership forte a livello nazionale, ma partendo dai territori. Ho molto rispetto per il lavoro fatto in questi anni da Angelo Bonelli, bisognerà aiutarlo a uscire dall’invisibilità».
Da noi i Verdi non esprimono nessun parlamentare, a Strasburgo sono il quarto gruppo con 68 eurodeputati. Non siamo lontanissimi dall’Europa?
«Sa qual è la cosa interessante dell’esperienza francese? In questi giorni è stato presentato il lavoro della convenzione dei cittadini per il clima. Un anno fa hanno estratto a sorte 150 cittadini di tutti gli orientamenti politici, sociali, geografici che hanno lavorato con il sostegno di alcuni esperti a 150 proposte. Tutte forti, importanti, da quelle fiscali alle infrastrutture. È un modello da seguire. L’unico modo per ridare fiato a una democrazia molto affaticata e impedirle di diventare una democratura».
Una democrazia illiberale come quella professata da Viktor Orbán?
«Non serve andare lontano, spesso Salvini lascia affacciare una visione di questo tipo, per i modi in cui si presenta, per certe idee e posture. Un altro esempio di convenzione di successo c’è stata in Irlanda e ha portato a un avanzamento sul tema dei diritti civili. Un rinnovato progressismo deve tenere la bandiera di questi ragionamenti: partecipazione, cittadini, ambiente, Europa, diritti civili».
Le prime tre erano le promesse del M5S, che però fatica a stare nel campo progressista.
«Penso che nel centrosinistra bisogna innovare, non stancamente chiedere ai 5 stelle di annullarsi dentro a una riedizione di alleanze antiche. Non si può pensare a una lista Conte come un tempo di fece la lista Dini. La sfi da che abbiamo davanti è quella di battere Salvini e Meloni, che rappresentano il 40 per cento degli elettori, e va giocata con creatività».
Si può fare?
«Sì, ma credo ci debba essere anche nei confronti del 5 stelle un maggiore rispetto per ciò che rappresentano.
Non sono una costola della sinistra.
Bisogna rispettare la diversità, non chiedere di annullarla».
Amato sul Foglio traccia il profilo di un prossimo capo dello Stato europeista e giovane. Le fischiano le orecchie?
«Assolutamente no. Ed è assurdo parlare ora di questo tema. Mancano due anni. Saranno lunghi».
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