Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Enria: “Niente stress test sulle banche nel 2015 Bankitalia ha sbagliato”

Niente stress test per le banche europee nel 2015. L’Autorità bancaria europea vuole prima metabolizzare dati e impegni scaturiti dal doppio esame servito a cambiare i controllori, da nazionali a continentali, di 123 banche europee. «Oggi ho inviato una lettera al Parlamento Europeo per comunicare la decisione del board Eba di non condurre gli stress test quest’anno — dice Andrea Enria, presidente dell’Eba, alla prima intervista dopo i test dello scorso 26 ottobre —.

Quello chiuso ha prodotto una mole enorme di informazioni, alcune banche stanno adeguandosi alle raccomandazioni seguite all’esercizio, e l’attività di vigilanza unica è appena cominciata. Siamo soddisfatti della metodologia dei test, e dei grandi progressi fatti finora nel definire 95 standard del testo unico bancario. Ma ci sono aspetti che vorremmo discutere più a fondo. Per esempio nei prossimi test vorremmo includere gli effetti della cattiva condotta dei banchieri: collocamento di prodotti inadatti ai clienti, infrazioni all’antiriciclaggio, aiuti a evadere il fisco, manipolazione di tassi e i rischi di sanzioni a seguito di questi comportamenti». Enria presiede l’istituzione londinese da quando partì, nel gennaio 2011. Dal 2008 era stato capo del servizio normativa e vigilanza in Bankitalia. Dal 2004 fu segretario del Cebs che riuniva i supervisori bancari europei. E dal 1999 alla Bce, nella supervisione bancaria. Ha regolato banche da tutti gli angoli, e ha un’idea ben precisa: «Il passaggio dalla vigilanza nazionale a una europea è un enorme cambiamento ed è normale che serva una fase di aggiustamento, con momenti di tensione ed incomprensione. Ma è un processo necessario per irrobustire le banche europee, come sta avvenendo già dal 2011. E renderle capaci di finanziare adeguatamente la crescita dell’economia».
Molti accusano l’Eba, e la Bce, di aver fatto figli e figliastri: troppo peso sui crediti e i titoli di Stato, poco alla finanza. Come replica alle critiche?
«L’accusa che le nuove regole penalizzino le banche tradizionali non è fondata. Al contrario, stanno ridimensionando l’attività sul mercato dei capitali, favorendo modelli incentrati sul credito. Tutti pensano che l’armonizzazione bancaria sia un processo in cui sono gli altri a dover cambiare. Ma se si continua a procedere con regole e prassi nazionali differenziate, i benefici del mercato unico non si coglieranno. Va abbandonato l’approccio della negoziazione nazionale. Il messaggio che vorrei mandare, anche nell’audizione al Senato (oggi Enria parla alla Commissione finanze, ndr) è che l’ar- monizzazione bancaria comporta a breve termine dei costi, ma nel medio lungo darà vantaggi cospicui a tutti, operatori e cittadini europei ».
Di questo pedaggio i banchieri italiani sono ben consci: su 25 banche rimandate agli esami 9 sono italiane, due (Mps e Carige) state costrette a ricapitalizzare. Non è che la debolezza della lobby e di Palazzo Chigi abbia prodotto test favorevoli alle banche del Nord Europa?
«Segnalo che siamo stati criticati un po’ dappertutto, per supposti mancati riconoscimenti delle specificità locali. In Germania perché abbiamo escluso le silent partnership dal capitale nel 2011, in Danimarca per il trattamento dei covered bonds negli indici di liquidità, in Gran Bretagna per le politiche Eba sui bonus dei banchieri, in Italia per il trattamento dei titoli di Stato. Non trovo evidenze che le banche italiane sono state sfavorite: nello stress test, gli scenari avversi prevedevano un calo del Pil Italia del 6,1%, più lieve che in altri paesi (in Germania era il 7,6%). E il risultato dello stress test mostra un impatto medio sul capitale delle italiane di 330 punti base, meno delle banche di altri paesi comprese le tedesche. L’impatto dagli esami sulla qualità del credito condotti dalla Bce è stato più rilevante: 8 delle 9 banche italiane che non hanno superato i test erano già sotto la soglia dopo l’Aqr».
Le critiche di “proclicità”, per cui le maggiori richieste regolamentari sul capitale frenano il credito?
«Tutte le evidenze empiriche ci dimostrano il contrario: le banche che hanno più capitale sono quelle che sono poi riuscite a far ripartire il credito. Mentre gli istituti più fragili sul capitale, lo hanno ristretto ».
Lei che ha un passato in Bankitalia non si sente un po’ traditore della patria?
«Spesso si parla di questi temi in ottica di bandiera. A me sembra che ogni forma di nazionalismo bancario non sia utile. Non fu utile prima della crisi, quando le autorità nazionali usavano anche la leva regolamentare per creare campioni nazionali che poi s’è visto avere i piedi d’argilla, e crollare nel pieno della crisi. E non è utile ora, nel processo di aggiustamento dei bilanci bancari».
Anche Mps, autorizzata a comprare Antonveneta da Via Nazionale, era un colosso d’argilla?
«Non vorrei parlare di singole banche, ma del processo di concorrenza regolamentare che ha contribuito alla crisi. I banchieri spesso si lamentavano con i regolatori nazionali, perché altrove le autorità consideravano capitale strumenti ibridi meno costosi. Indubbiamente per un decennio le autorità nazionali invece che arbitri sono stati anche giocatori, manovrando le leve normative. Ciò ha portato al deterioramento della qualità del capitale e di altre regole. Anche per rimediare oggi c’è bisogno di avere un’autorità di vigilanza europea: più distante dalle banche e che applichi le regole comuni su un campo di gioco livellato ».
Prossime livellature del campo?
«Presto pubblicheremo un paper di discussione con gli operatori per giungere già dai test 2016 a una migliore comparabilità e affidabilità delle attività ponderate per il rischio, e ridurre la discrezionalità nei modelli interni. Servirà anche ridurre le discrezionalità nazionali in aree come i periodi transitori verso le nuove regole, e la rischiosità dei titoli di Stato, su cui lavora il Comitato di Basilea. Su questo aspetto, credo sarebbe utile introdurre limiti di concentrazione del rischio bancario sui titoli sovrani, un aspetto importante per limitare la connessione tra banche e Stati che ha avuto effetti deleteri nella crisi».
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Primo giorno di lavoro in proprio per Francesco Canzonieri, che ha lasciato Mediobanca dopo cinque a...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

 Un passo indietro per non sottoscrivere un accordo irricevibile dai sindacati. Sarebbe questo l’...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Doveva essere una Waterloo e invece è stata una Caporetto. Dopo cinque anni di cause tra Mediaset e...

Oggi sulla stampa