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Enigma Brexit. Con l’ultimo rinvio al 31 ottobre gli inglesi si preparano al voto Ue E per Bruxelles è una vigilia di caos

Le elezioni europee nel Regno Unito non le vuole nessuno, né a Londra, né in Europa. Eppure, ed è l’ennesimo paradosso della Brexit ora rinviata alla “notte dei morti viventi” (Halloween, il 31 ottobre), è molto probabile che si terranno. Questo perché proprio oggi 12 aprile i Paesi membri iniziano i preparativi per il voto europeo del 23-26 maggio. E il Regno Unito, essendo ancora formalmente parte dell’Ue, non può esimersi, altrimenti il Parlamento Ue diventerebbe “illegittimo”. Al netto di una modifica dei trattati europei (complicata), Theresa May ha però ancora una speranza: qualora riuscisse a trovare un tortuoso accordo su Brexit in Parlamento entro il 22 maggio, potrebbe revocare il voto all’ultimo, annullando “ex abrupto” tutta la campagna elettorale. Di sicuro, se il Regno Unito sarà ancora membro il 23 maggio, dovrà in ogni caso tenere le elezioni. Altrimenti il 1 giugno sarà buttato fuori dall’Unione senza accordo (il pericoloso “No Deal”).
Voto sì, voto no
In ogni caso, in Regno Unito le elezioni europee si tramuterebbero in una sorta di ” secondo referendum” sulla Brexit, perché il risentimento degli euroscettici potrebbe convogliare una valanga di voti nel neopartito del destroide Nigel Farage, il ” Brexit Party”, bissando la clamorosa vittoria alle europee del 2014 e affossando le chance di un secondo referendum vero sulla Brexit. Anche perché i partiti tradizionali (laburisti e conservatori) sono spaccati e non hanno una linea chiara su Brexit, a differenza di Farage che ha già lanciato campagna elettorale e raccolta fondi. Ma come evitare le europee? Escludendo il boicottaggio, l’unica soluzione è che Westminster approvi un accordo, quello disastrato di May o uno alternativo, magari bipartisan.
Tuttavia i colloqui tra governo e Labour vanno male, il leader Corbyn non si fida dei conservatori (soprattutto quando May verrà cacciata dal suo partito prima o poi) e anche se la premier accettasse la sua proposta di Unione doganale permanente, forse non ci sarebbero i numeri in Parlamento per approvarla. Ecco perché le europee oltremanica ora sono molto probabili e il costo per il contribuente britannico sarà di 110 milioni di sterline, oltre ai 4 miliardi già spesi per i preparativi del No Deal.
Separati in casa
A Bruxelles in molti danno per scontato che i britannici voteranno e resteranno nell’Unione almeno fino al 31 ottobre. Con un vero e proprio caos per le istituzioni Ue. Se l’accordo tra leader Ue dell’altra notte, con un gentlemen agreement, impedisce al governo di Sua Maestà di sabotare o depotenziare in Consiglio le future decisioni dell’Unione a suo vantaggio – pensando già a quando sarà un Paese terzo – nessuno può imporre ai 73 europarlamentari britannici democraticamente eletti di uscire dall’aula al momento dei voti. Dunque la plenaria continuerà a essere composta da 751 deputati e non da 705 come in caso di Brexit ( se poi sarà divorzio, i 73 di oltremanica torneranno a casa e saranno in parte sostituiti dai primi non eletti negli altri Paesi). E c’è il rischio di equilibri politici “drogati”.
Sbancano i socialisti
Per quel che valgono, i sondaggi oggi a disposizione dei vertici Ue indicano che i laburisti di Corbyn manderanno a Strasburgo circa 25 parlamentari, che prenderanno posto tra i socialisti e democratici ( Pse), che così arriverebbero a circa 170 eletti. I popolari ( Ppe) sono proiettati a confermarsi come primo partito, con 188 seggi, ma se si tolgono i 12- 13 di Orbàn, sospeso dal partito, il vantaggio sul Pse diventa minimo visto che i Tory non siedono tra i loro banchi, ma tra quelli dei conservatori dell’Ecr. Con la possibilità che i socialisti il 27 maggio si ritrovino ad essere primo partito d’Europa. Il che farebbe saltare gli attuali piani politici per il futuro dell’Unione. A quel punto infatti il Pse potrebbe non solo pretendere la guida della Commissione europea con il frontman Frans Timmermans, ma potrebbero anche lavorare a una maggioranza alternativa in aula che andrebbe dai liberali a Tsipras, passando per i Verdi, bypassando i popolari. Che a loro volta cercherebbero di bloccare l’Assemblea, gettandola nella paralisi, argomentando che quello dei socialisti è un primato ” fantasma”, destinato a sparire il primo novembre in caso di Brexit.
L’ipotesi di un Juncker bis
Certo, a nessuno sfugge che se i britannici voteranno per le europee e le forze europeiste eviteranno il crollo, la Brexit potrebbe diventare un miraggio con la possibilità di un terzo rinvio e di un secondo referendum. Insomma, un caos che potrebbe far saltare tutte le decisioni. Tanto che in queste ore circola con insistenza l’ipotesi di prorogare la Commissione europea guidata da Jean- Claude Juncker, che altrimenti dovrebbe passare il testimone il primo novembre, fino al 31 dicembre, se non oltre ( si parla addirittura di aprile).
Salta il piano di Salvini
A venire indebolito dal rinvio della Brexit anche l’Internazionale populista di Matteo Salvini. Il vicepremier sogna di fondere l’Enf – il suo gruppo che comprende anche Le Pen, Afd, Wilders e tutta l’estrema destra del continente – ai conservatori dell’Ecr, puntando a 130- 150 seggi per diventare la seconda famiglia politica di Strasburgo. Per poi tentare i popolari ad un’alleanza tutta spostata a destra che gli permetterebbe di entrare nelle stanze del potere europeo. Di questo Salvini parla da mesi con il polacco Kaczynski, futuro dominus dell’Ecr. Ma se i Tory torneranno a Strasburgo, difficilmente permetteranno la fusione del loro gruppo con xenofobi e neonazisti. Rovinando i sogni di Salvini. D’altra parte, la permanenza di Farage in Europa non risolverà i problemi a Di Maio, a corto di alleati e a rischio di finire nel misto: se oggi grillini e brexitiani sono alleati, i loro rapporti sono ormai a zero con Di Maio che cerca la svolta centrista. E’ difficile pensare a un rinnovo del matrimonio europeo.

Alberto D’Argenio

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