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Eni tratta con Lukoil per il gas in Egitto

I russi, gli americani. Ma anche i coreani. Nella strategia scopri-sviluppa- vendi che l’Eni di Claudio Descalzi conduce nei giacimenti di gas in Africa – e rappresenta la gran parte dei 7 miliardi di dismissioni cantierate entro il 2019 – s’affacciano compratori nuovi, vecchie conoscenze e sodali, in un fermento geopolitico e finanziario. La Russia dopo il blitz militare in Siria – cinque mesi di bombe e scontri a terra con l’indubbio risultato di consolidare il regime di Bashar Assad e rimettere Mosca al centro dello scacchiere internazionale – cerca di capitalizzare la missione mediorientale.
Una parte dei piani russi è visibile: ieri l’ad di Lukoil (l’Eni russa) Vagit Alekperov ha incontrato a Baghdad il premier iracheno Haider al Abadi, negoziando collaborazioni che aumentino gli investimenti russi nel gas iracheno. Il progetto ambito è West Qurna, uno dei giacimenti più grandi al mondo – se fosse sviluppato ne verrebbero 1,2 milioni di barili al giorno – sito nella provincia di Bassora. Proprio dove l’Eni sviluppa il giacimento di Zubair. Il filo tra il Cane a sei zampe e Lukoil porta alla parte coperta della strategia di riaccreditamento russo, che sposa bene l’esigenza degli italiani di far cassa e plusvalenze con le recenti scoperte. Secondo fonti del settore, infatti, s’è aperto un negoziato con Lukoil per cederle un 20% del consorzio di Zohr, la più grande scoperta di gas nel Mediterraneo fatta dall’Eni lo scorso agosto. I lavori su Zohr filano veloci: a fine febbraio è giunta l’autorizzazione egiziana per l’estrazione, che dovrebbe partire entro il 2017 e raggiungere 500mila barili al 2019. Il progetto vale sui 5 miliardi di euro, ma bisogna investire 12 miliardi; anche per questo Descalzi ha più volte detto che Eni non starà a lungo con il 100% di Zohr in tasca. Proprio la scoperta italiana può dare stabilità al governo del generale Abdel Fattah al Sisi: e i russi, rimasti suoi estimatori in questa fase critica dei rapporti con l’Occidente dopo l’omicidio di Giulio Regeni, possono aiutare.
C’è un altro giacimento che prima di Zohr sarà in parte venduto. E’ nel mare del Mozambico, dove Eni opera da mesi per alleggerire le quote imbarcando altri alleati. Nel gas di Area 4, parte di un’ampia zona di giacimenti per cui servono 50 miliardi di investimenti, la prima vendita di un 20% a Cnpc rende difficile il bis: l’esborso pagato tre anni fa da Pechino, 4,2 miliardi di dollari, oggi è impensabile data la parabola calante dei prezzi. Cnpc malgrado un lungo negoziato tramite Bofa-Merrill Lynch non ha voluto saperne di arrotondare, malgrado quel gas naturale liquefatto abbia l’Asia come mercato obbligato.
Un’altra pista su Area 4 porta a Kogas, coreana che ha il 10% del consorzio, come le portoghesi Galp ed Enh. L’Eni ha il residuo 50% e ha più volte detto che scenderà ancora. Kogas starebbe trattando per rilevare un altro 20% e lasciare alla compatriota Hyundai i lavori di impianto, stimati in 12 miliardi di dollari in questa fase. Ma come ha scritto il Wall Street Journal il 25 marzo nel negoziato si sarebbe inserita Exxon, la major Usa leader mondiale che vuole un 20% del consorzio. Exxon è tra le società più in contatto con l’Eni, e può pagare bene come attestano i 12 miliardi di bond da poco collocati, e il rating tripla A che non ha risentito del crollo del barile. L’Eni invece settimana scorsa ha perso il merito di credito A per la prima volta: S&P l’ha tagliato da A- a BBB+, Moody’s da A3 a Baa1. L’Eni non ha commentato le voci.

Andrea Greco

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