Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Eni, Shell, Nigeria: dove sono finiti i soldi

A giorni il tribunale di Milano deciderà su uno dei più grandi processi per corruzione internazionale: l’acquisto da parte di Eni e Shell della licenza ad esplorare il ricco blocco petrolifero Opl 245 al largo delle coste nigeriane. Somma versata allo Stato nigeriano: 1,3 miliardi di dollari, ma ai nigeriani sono finiti gli spiccioli, e nulla più arriverà in futuro: l’accordo prevede niente compartecipazione sui futuri profitti.

L’Opl 245 è uno dei blocchi petroliferi più importanti d’Africa. Nel 1998, l’allora ministro del Petrolio Dan Etete lo aveva assegnato alla sua società Malabu, e nel 2001 si sceglie come partner tecnico la Shell. Nel 2002 il governo Obasanjo ritira la licenza alla Malabu e l’assegna sempre a Shell, ma tramite gara. La compagnia anglo olandese firma il contratto, deposita il bonus di firma di 210 milioni, e inizia ad esplorare sostenendo un costo di 350 milioni di dollari in 3 anni. Il petrolio lo trova: i fondali sono ricchissimi. E qui iniziano i contenziosi nelle corti nigeriane: Etete chiede la restituzione del blocco, e nel 2006 l’allora ministro della giustizia Bayo Ojo lo accontenta. A sua volta Shell porta la Nigeria ad un arbitrato internazionale chiedendo danni miliardari, ma l’arbitrato non andrà da nessuna parte perché nel frattempo si apre un altro scenario.

Come inizia la trattativa con Eni

Shell, attraverso un’ unità di intelligence riapre il tavolo con Etete, e ad inizio 2010 entra in scena Eni, tramite un uomo d’affari nigeriano, Emeka Obi, che conosce Gianluca di Nardo, socio di Luigi Bisignani, il noto faccendiere legato a Paolo Scaroni. Ed è proprio all’allora amministratore delegato di Eni Scaroni che Bisignani propone l’affare. «Bisignani era la persona che ci aveva messo in contatto con Obi e ci aveva consentito di cominciare le trattative per Opl 245», racconterà ai magistrati l’attuale amministratore di Eni Descalzi durante l’interrogatorio. Dunque Obi è il mediatore fra Eni ed Etete. A trattare in Nigeria Descalzi e i suoi dirigenti sul posto, Roberto Casula e Vincenzo Armanna, il project leader dell’intera operazione. È la prima persona di Eni ad incontrare Dan Etete nella sua villa di Lagos.

La trattativa va avanti quasi un anno, ma quando è il momento di chiudere Eni si chiede se può permettersi di comprare da uno che si è intestato un pezzo di Stato. In più, a carico di Etete c’è una condanna per riciclaggio in Francia, dove ha comprato immobili con i proventi di tangenti incassate durante la sua attività di ministro. E questo Eni lo sa, lo dice la due diligence chiesta dalla società petrolifera alla The Risk Advisory Group prima dell’acquisto dell’Opl 245. La storia è legata allo scandalo di Bonny Island, sempre in Nigeria, in cui fu condannata la nostra Saipem, all’epoca una società dell’Eni. Il rischio di reputazione quindi per Eni è troppo alto. La decisione è presa: trattare direttamente con il governo nigeriano. Alla guida del Paese c’è Goodluck Jonathan, buon amico di Etete, nonché professore privato dei suoi figli quando era ministro del Petrolio. Siamo a novembre 2010, gli intermediari scompaiono dalla negoziazione, un paio di mesi dopo anche Etete, e ad aprile 2011 si sigla l’accordo con il governo: prezzo pattuito 1,3 miliardi. Shell versa 319 milioni, (vengono attualizzati i costi già sostenuti) ed Eni ci mette il resto.

Si apre l’inchiesta

Chiusa l’operazione Obi si presenta alla corte inglese: rivendica da Etete il pagamento di circa 200 milioni di dollari per il lavoro di mediazione svolto. Porta le carte al giudice, che dispone il sequestro, gli dà ragione, e nel 2013 gliene riconosce 110. Della questione vengono a conoscenza due organizzazioni non governative, l’inglese Global Witness e l’italiana Re:Common che denunciano la vicenda presso la Procura a Milano. Il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale apre l’inchiesta e segue i soldi. Dal conto di Obi, 20 milioni in franchi svizzeri arrivano a Gianluca di Nardo (socio di Bisignani). Sequestrati sia i soldi in Svizzera che quelli versati ad Obi a Londra. Ritornando al 2011, presso la JPMorgan di Londra ci sono 1.092.040.000 di dollari versati da Eni e intestati al governo nigeriano.

Il primo tentativo da parte del ministro delle finanze della Nigeria è trasferire i soldi alla BSI di Lugano su un conto riconducibile a Gianfranco Falcioni, all’epoca vice console onorario a Port Harcourt. Il mandato è quello di trasferirli a sua volta all’ex ministro del Petrolio, trattenendo qualche decina di milioni. La risposta della BSI è lapidaria: «Dan Etete è stato condannato da un tribunale europeo per riciclaggio. Bsi non può intrattenere rapporti con persone condannate per tali tipologie di reati». E rimanda i soldi a Londra. Seguiranno altri tentativi, su una banca di Beirut, andati a vuoto.

Il prezzo della corruzione

Alla fine, e siamo ad agosto 2011, il procuratore generale nigeriano conferma la legittimità della transazione e i fondi vengono inviati presso due conti di Malabu Oil e Gas in Nigeria. In entrambi il firmatario era Dan Etete, che a sua volta li smista su diverse società inesistenti. Dalla ricostruzione dei flussi finanziari, ben 500 milioni (ovvero la metà del bilancio annuale della sanità della Nigeria) sono stati ritirati e movimentati in contanti. Coinvolti anche funzionari pubblici: pagato il mutuo per un terreno al centro di Abuja di Adoke Bello, il procuratore che ha seguito la chiusura dell’accordo. Mentre 10 milioni di dollari sono andati all’ex ministro della giustizia Bajo Ojo, che poi gira 1,2 milioni al dirigente Eni Armanna sulla Popolare di Bergamo (sequestrati dalla Procura).

Alla fine quindi tutto è andato come era previsto. Nei documenti sequestrati ai dirigenti Shell c’è lo schema di pagamento, proposto da Eni a settembre 2010, in una equazione: X + SB + Y = Z. Dove X è il valore che Eni è pronta a pagare (800 milioni), SB è il bonus di firma che Shell aveva depositato da anni a favore del Governo nigeriano (207 milioni); Y è l’importo di Shell (165 milioni), Z invece è il totale da pagare ad Etete che sarà accettabile da tutti i players (cioè il governo): 1,172 miliardi. La cifra sarà poi ritoccata al rialzo. Questa secondo l’accusa è la prova della corruzione. Per la difesa nulla di più di una suggestione: il contratto è stato firmato con il governo nigeriano, i soldi sono stati versati sul conto di Londra intestato al governo. I giudici stabiliranno se i dirigenti di Eni e Shell erano consapevoli che il beneficiario finale sarebbe sempre stato Etete, e che in realtà al governo nigeriano sarebbero arrivati poco più di 200 milioni.

I nigeriani emigrano in Italia

Quello che è certo è che nonostante i rigorosi codici etici di queste compagnie, nell’accordo si legge che hanno ottenuto la licenza escludendo lo Stato dai futuri profitti, senza dover pagare royalties e tasse. La Nigeria è fra i Paesi africani uno dei maggiori produttori di petrolio e gas naturale. Dai dati di Banca Mondiale: Il Pil pro capite è fermo al 1981, poco più di 2.000 dollari l’anno, mentre il 43% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Fra i 15 e i 49 anni il 35% delle donne e il 22% degli uomini non è scolarizzato. Il flusso più numeroso di migranti africani verso l’Italia arriva dalla Nigeria: 80.000 negli ultimi 5 anni, 22.000 sono minori.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«È cruciale evitare di ritirare le politiche di sostegno prematuramente, sia sul fronte monetario ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Dopo aver fatto un po’ melina nella propria metà campo, il patron del gruppo Acs, nonché preside...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Una forte ripresa dell’economia tra giugno e luglio. È su questo che scommette il governo: uscire...

Oggi sulla stampa