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Eni, Scaroni indagato per corruzione sospetto tangenti per 200 milioni sugli appalti di Saipem in Algeria

Il «costo» per otto appalti da 13,6 miliardi di euro in Algeria? Centonovantasette milioni di euro, più qualche spicciolo. E il conto lo avrebbe saldato la Saipem, controllata Eni. Tangenti, sostiene oggi la procura di Milano, che sarebbero poi state direttamente «distribuite a faccendieri ed esponenti del governo algerino ». Un fiume di denaro che attraverso «accordi di intermediazione » fittizi di una società di Honk Kong, Saipem avrebbe recapitato a una filiale di Fujarah, negli Emirati Arabi Uniti, al mediatore «ammanicato », Bedjaoui Farid Noureddine. E per ottenere l’avvallo a queste operazioni spregiudicate, il top management di Saipem avrebbe avuto il diretto via libera dall’amministratore delegato del «Cane a sei zampe», Paolo Scaroni. Addirittura, Scaroni è accusato di aver preso parte in prima persona a queste trattative illecite. Inevitabili le ricadute sul titolo che ha perso il 4,6%.
Partendo da questa convinzione, il Nucleo regionale di polizia tributaria ieri mattina ha perquisito gli uffici e l’abitazione del numero dell’Eni (gli è stato copiato anche il server della posta elettronica), notificandogli un avviso di garanzia per concorso in corruzione internazionale. Con lui, tra gli indagati, anche i manager Saipem Nerio Capanna, Tullio Orsi, Antonio Vella, Pietro Tali (dimessosi da a.d. Saipem a dicembre dopo la notizia del suo coinvolgimento dell’inchiesta), Alessandro Bernini e Pietro Varone. Maroni è accusato di aver partecipato direttamente a un incontro, «svoltosi presso un albergo di Parigi », e a cui erano presenti «il responsabile Eni per il Nordafrica, Antonio Vella, il mediatore Bedjaoui Noureddine e il ministro algerino dell’Energia Chekib Khelil». Secondo le indagine dei pm De Pasquale, Spadaro e Baggio, quel summit «era finalizzato a ottenere un’ulteriore commessa per aumentare la redditività del giacimento di Menzel Ledjemet Est».
Per capire l’importanza della svolta impressa all’inchiesta, bisogna tornare indietro di almeno quattro anni, quando la procura milanese ottiene il primo input sugli affari esteri del gruppo Eni. Si parte dalla Nigeria, da una jointventure, la Tskj, nata per lo sfruttamento di gas nel paese africano. Per garantirsi l’appalto, Saipem tra il 1994 e il 2004, versa 182 milioni di tangenti a politici locali. Da qui, i magistrati si concentrano sul ruolo dei «local agent», figure che medierebbero con i potenti locali per il buon esito degli affari. Dalla Nigeria, l’obiettivo si sposta in Iraq, Azerbaijan, per finire all’Algeria. Nel mirino, adesso, gli otto appalti per «la costruzione di gasdotti», o di «impianti di trattamento di Gpl». In questi mesi, attraverso rogatorie internazionali e interrogatori, i pm si convincono di aver individuato responsabilità via, via sempre maggiori su chi ha avvallato questo «sistema». Nel decreto di perquisizione eseguito dalla Finanza, si sottolineano le «dichiarazioni recentemente rese da persona coinvolta nella vicenda». E quello di cui sono convinti i pm è che «Bedjaoui Noureddine (il mediatore indagato, ndr) sia stato presentato a detta persona (proprio il non citato pentito dell’inchiesta, ndr) come il tramite per poter influire sul comportamento delle autorità algerine per ottenere l’assegnazione di contratti a Saipem e ad altre società Eni da parte dell’ente di stato Sonatrach (algerino) ». E lo stesso Bedjaoui, viene indicato come «il contatto che si occupava di distribuire il denaro versato da Saipem a titolo di corruzione».
«In merito all’inchiesta giudiziaria della procura di Milano che coinvolge Saipem per attività in Algeria, Eni prende atto che i pm hanno esteso le indagini anche nei confronti di Eni e del suo amministratore delegato», è la replica del gruppo. La società e l’a.d. «si dichiarano totalmente estranei alle vicende oggetto di indagine».

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