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Eni, saltano i requisiti di onorabilità

Per Eni nuovi vertici e vecchi problemi. Paolo Scaroni e Giuseppe Recchi lasciano il posto al neo presidente Emma Marcegaglia (eletta con il 98% dei voti) e a Claudio Descalzi che oggi sarà nominato ad da un cda di new entry: Fabrizio Pagani, Luigi Zingales, Diva Moriani e Andrea Gemma sono stati scelti dal ministero dell’Economia a cui si aggiungono Pietro Guindani, Karina Litvack e Alessandro Lorenzi (unica conferma) provenienti dalla lista dei Fondi d’investimento.
È stata senza dubbio l’assemblea dell’addio di Scaroni dopo 9 anni di dominio del cane a sei zampe sancito dall’apprezzamento formale del rappresentante del Tesoro Francesco Parlato, e da una piccola vittoria personale: i nuovi requisiti di onorabilità previsti dall’ex ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni e sostenuti con forza dall’attuale governo Renzi non faranno parte dello statuto.
I fondi presenti in assemblea hanno votato contro in blocco e impedito il raggiungimento del quorum necessario di due terzi del capitale (58% i sì contro il 38% di contrari). La proposta prevedeva che la condanna anche non definitiva o il rinvio a giudizio per reati finanziari avrebbe determinato la decadenza di un consigliere. «Nessuna società al mondo aveva clausole di questo tipo» ha commentato Scaroni che anche in precedenza aveva critica la modifica dello statuto. «Siamo soddisfatti comunque di aver presentato le regole ma rispettiamo il voto dell’assemblea» gli ha risposto l’attuale ministro Pier Carlo Padoan che però incassa il taglio generalizzato dei compensi di tutto il board (238 mila euro per la Marcegaglia e 80 mila per gli altri).
La retribuzione di Descalzi sarà determinata successivamente, ma già prevede una riduzione rispetto al suo predecessore e l’impossibilità di sommare emolumenti e bonus previsti da altre cariche all’interno del gruppo. Altro passo consueto dai tempi della privatizzazione e l’incasso, insieme alla Cdp, del consistente dividendo che quest’anno arriva a 1,2 miliardi.
Da oggi toccherà a Descalzi preoccuparsi del futuro, il manager interno arrivato alla poltrona più alta proprio grazie agli ottimi risultati nella ricerca e nell’esplorazione (+3% l’anno la produzione e 3,2 miliardi di barili scoperti), ora dovrà trovare risposta ai problemi di crescita di lungo periodo dell’Eni: la produzione che non riesce a fare il salto definitivo (2 milioni di barili estratti al giorno sono da anni un target mai raggiunto) e soprattutto il giacimento kazako di Kashagan che lo stesso Scaroni ammette «è il problema numero uno oggi così come nel 2005, ma che si risolvere nel 2015». Un ritardo che finora è costato 8,2 miliardi di dollari d’investimenti ed extracosti e che ha prodotto per pochi giorni prima di bloccarsi di nuovo. Poi rimane aperto il fronte del gas con i legami in Russia sempre fonte di fibrillazione geopolitica, appena attutita dalla rinegoziazione con Gazprom dei contratti a lungo termine che porteranno risparmi per 2 miliardi nei prossimi anni.
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