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Eni, Poste, Terna, Fincantieri il governo rimette in moto la macchina delle dismissioni

Eni, Poste, Terna, Fincantieri: sono le aziende destinata ad entrare nel Piano delle privatizzazioni che il governo presenterà entro questa settimana. Il premier, Enrico Letta, e il suo ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, ci riprovano: vendere quota dell’importante, e ancora consistente, patrimonio pubblico, immobili compresi (che valgono complessivamente intorno ai 300 miliardi), per ridurre il debito statale e il relativo costo degli interessi. Una risposta anche alle ultime profonde perplessità della Commissione di Bruxelles sull’affidabilità italiana a raggiungere i target di bilancio europei, dal rapporto deficit/ Pil al debito. Sarà comunque una goccia nell’oceano del nostro debito pubblico che ha ormai superato la cifra record dei duemila miliardi di euro (oltre il 133 per cento delPil), con un costo solo di interessi di quasi 85 miliardi l’anno, pari a 1.400 euro per ciascun italiano. Ma è chiaro che per poter sfruttare i margini di manovra che l’Europa consente ai Paesi con le finanze pubbliche in ordine, l’Italia è obbligata a riaprire il dossier delle privatizzazioni. Capitolo che invece negli ultimi anni era stato accantonato non solo per la congiuntura negativa, ma anche per un revival culturale dello statalismo in economia in particolare all’interno delle coalizioni di governo del centrodestra che, infatti, riuscirono anche ad annacquare alcune parti delle liberalizzazioni realizzate in precedenza. Va detto che la nota di aggiornamento del Def (Documento di economia e finanza) 2014-2016 fissa a 7,5 miliardi (circa mezzo punto di Pil) l’obiettivo di incasso annuale della privatizzazioni.
Legge di Stabilità e piano delle privatizzazioni — secondo Letta — saranno dunque in grado di ridurre il debito nel 2014. «Sarà la prima volta da cinque anni», ha aggiunto il premier parlando al meeting sull’Italia organizzato dal quotidiano londinese Financial
Times, giornale assai influente per le scelte della comunità finanziaria globale. Ed è la linea che ha ribadito Saccomanni al termine della prima riunione a Palazzo Chigi sulla spending review.
Il piano, tuttavia, non è ancora pronto. Al ministero dell’Economia i tecnici (è stato da poco ricostituito e reso stabile il Comitato per le privatizzazioni, guidato dal direttore generale di Via XX settembre, Vincenzo La Via) stanno lavorando, ma ci sono almeno due linee che si fronteggiano: da una parte quella Letta-Saccomanni, dall’altra quella capeggiata nell’esecutivo dal viceministro Stefano Fassina, secondo cui le eventuali cessioni vanno fatte in una logica di politica industriale e non solo per incassare risorse. Una posizione, quest’ultima, che trova ampio consenso sia all’interno del Pd sia nella sua area sociale di riferimento, con la Cgil in testa. Tanto cheproprio ieri, poco dopo le parole di Letta, il leader sindacale Susanna Camusso è stata netta: «Si ricomincia a parlare di privatizzazioni come se non avessero fatto già abbastanza danni all’industria di questo Paese».
La cessione dell’ultima quota, il 4,3 per cento, dell’Eni in mano al Tesoro (il 25,7 è controllato dalla Cassa depositi e prestiti) sembra probabile, con un ricavo tra i 2,6 e i 2,8 miliardi. In vendita, per la prima volta, anche quote delle Poste (100 per cento dello Stato) con l’ad Massimo Sarmi favorevole a mettere sul mercato la holding anziché la controllata Poste Vita, cassaforte finanziaria del gruppo. C’è poi Terna (gestore delle rete elettrica), di cui il Tesoro non ha più nulla, mentre il 29,8 per cento è in mano alla Cdp. La quota della Cassa in Terna dovrebbe finire in Cdp Reti, che già controlla Snam (gasdotti) e Metroweb (banda larga), e di cui sarà ceduta una quota a privati. Andrà invece in Borsa Fincantieri, pur rimanendo sotto il contro dello Stato, per reperire risorse destinate a nuovi investimenti.
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