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Eni pensa alle centrali Edison

di Stefano Agnoli

LONDRA — Questione libica nel presente e nell’immediato futuro per l’Eni. Ma non solo. Messi in salvo i dipendenti si fanno i primi conti e alla fine, si sostiene in casa del Cane a sei zampe, la partita nordafricana potrebbe chiudersi in un sostanziale pareggio. Paradossale, all’apparenza: la perdita di produzione di petrolio (500 barili al giorno in media annua per ogni giorno di interruzione) e i minori introiti del settore gas (il gasdotto Greenstream è chiuso) potrebbero essere più che compensati dagli alti prezzi del barile e dai minori esborsi dovuti per onorare i contratti gas di lungo periodo con algerini e russi, i cosiddetti «take or pay» che potrebbero essere rinegoziati su nuove basi «entro l’anno» . Paolo Scaroni, il Ceo dell’Eni in scadenza, e la prima linea dei manager fanno il punto sui piani del gruppo al 2014. E stimano che la crisi libica abbia su ogni barile di petrolio un impatto pari a circa 15 dollari. Ma Scaroni non perde neppure l’occasione di soffermarsi su qualche questione vecchia e nuova che riguarda il gruppo. Come la «saga» (definizione sua) di Snam Rete Gas. È vero che nel passato Scaroni aveva più volte ripetuto di non essere «dogmatico» rispetto alla sorte del business Snam. Ma questa volta fa un altro passo in avanti, sostenendo che se all’Eni dovessero arrivare offerte per un valore superiore al prezzo di mercato, e se l’acquirente fosse gradito al governo (che ha una «golden share» ) «allora potremmo prenderle in considerazione» . Insomma, senza il timore del passato di dover procedere a una sorta di vendita coatta, e a precise condizioni di prezzo e di identità del «buyer» , la questione Snam potrebbe imboccare una strada impensabile fino a qualche mese fa. Uno scenario imprevedibile, come potrebbe essere anche quello (inedito) che porta in direzione di Edison. Davanti alle indiscrezioni che vorrebbero il Cane a sei zampe come possibile alleato dei soci italiani di Foro Buonaparte in caso di conflitto con Edf, Scaroni alza il muro, ma solo in prima battuta: della questione non sappiamo abbastanza, dice, «ma sappiamo che di certo l’Antitrust non approverebbe una nostra maggior presenza nel mercato gas in Italia» . Eppure, alla fine, uno spiraglio per la possibile discesa in campo dell’Eni resta. Perché il gruppo di Metanopoli, e ovviamente anche lo stesso Scaroni, non esclude per nulla un interesse sulle centrali elettriche di Foro Buonaparte. Un’attività per la quale l’Antitrust non dovrebbe avere nulla da eccepire, e che comunque aprirebbe scenari da brivido di scontro tra colossi. Si vedrà. Per il momento ciò che l’Eni offre agli investitori internazionali è un piano di crescita per linee interne, con il 70%degli investimenti (53,3 miliardi di euro in 4 anni) che saranno assorbiti dalle attività di esplorazione e produzione di petrolio e gas. Il «core business» insomma, che dovrebbe crescere del 3%medio annuo al 2014. Un obiettivo al netto della Libia, per arrivare (finalmente) a superare la tanto agognata quota di 2 milioni di barili di petrolio già nel 2013. Uno sviluppo, promette il direttore generale Claudio Descalzi, che per l’ 80%sarà ottenuto con i progetti «giganti» in corso in Venezuela, nell’Artico, in Russia e in Angola. Le promesse includono anche vendite per due miliardi di euro per abbattere il debito (26 miliardi quello netto) e magari rimpolpare la base del dividendo. Sullo sfondo, ovviamente, c’è anche la partita della riconferma. «Se ci chiameranno risponderemo» , taglia corto il presidente Roberto Poli. Non si tratterà di aspettare ancora molto.

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