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Eni, il Tesoro finisce in minoranza

Ultimo atto all’Eni per Paolo Scaroni e nomina del nuovo consiglio con il capoazienda entrante Claudio Descalzi. Ma l’assemblea dell’Eni che ha sancito ieri il passaggio di testimone (e la riduzione dei compensi del 25%) entrerà negli annali anche per lo storico «schiaffo» subito dall’azionista pubblico (il ministero dell’Economia e delle Finanze) sulla «clausola di onorabilità». Ovvero sulla regola che prevede che anche in caso di rinvio a giudizio un amministratore possa decadere. Per passare, la proposta aveva bisogno del 66,67% del capitale presente (i due terzi), ma solo il 59,4% ha optato per il sì. Il che significa che quasi tutti i fondi esteri presenti in sala hanno votato contro, bocciando sonoramente l’azionista Mef. In sala, ieri, c’era il 60% del capitale Eni e i primi fondi esteri presenti erano il fondo del governo norvegese (1,54%); Bank of New York Mellon (1,21%); Libyan Investment Authority (1,16%); gruppo Capital (1,38%); Fidelity (0,55%); BlackRock (0,48%); Caisse de Depots (0,46%).
Due questioni a questo punto si pongono: la prima, più generale, riguarda la tenuta stessa del socio pubblico, che probabilmente per la prima volta dall’era delle privatizzazioni dei suoi gioielli di famiglia è finito in minoranza, sebbene su una questione per la quale era necessaria una maggioranza qualificata.
La seconda è che il copione potrebbe essere replicato nelle prossime assemblee che dovranno esprimersi sulla proposta del Mef. Si aprirà con quella di Finmeccanica in calendario il 15 maggio, dove, ad oggi, risulta registrato il 60% del capitale, il 45% del quale costituito da azionisti esteri. Poi ci saranno l’Enel (22 maggio) e Terna (27 maggio). Nella prima gli investitori istituzionali pesano per il 42% del capitale complessivo, nella seconda sono circa il 49%. In entrambi i casi, presentandosi all’assemblea, i fondi esteri sarebbero in grado di bloccare la delibera. «Nessuna società al mondo ha clausole di questo tipo», ha commentato il Ceo uscente Scaroni. Compassata la dichiarazione del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan: «Siamo soddisfatti di aver presentato questi requisiti e rispettiamo il risultato dell’assemblea».
Intanto partirà ufficialmente oggi, con la riunione di consiglio che attribuirà le deleghe, l’era Descalzi. Il suo «primo problema», come nove anni fa, sarà far ripartire la produzione del maxi-giacimento kazako di Kashagan.

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