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Eni, forte crescita della produzione

Per i riverberi positivi sui conti della cessione del 12,5% di Saipem al Fondo strategico italiano di Cdp, che consentirà all’Eni, a valle dell’operazione, di ridurre di 5,1 miliardi di euro l’indebitamento, bisognerà ancora attendere. Come pure che il mercato, ancora penalizzato dall’onda lunga del crollo del prezzo del barile, cambi verso. E dunque i risultati, diffusi ieri dal gruppo guidato da Claudio Descalzi, continuano a scontare, al netto dell’effetto Saipem, la dinamica ribassista del settore. Ma l’Eni, come ha ribadito ancora ieri il numero uno davanti agli analisti, ha messo in campo per tempo le contromisure rifocalizzandosi sul core-business, ristrutturando profondamente gli altri segmenti (gas, raffinazione e chimica) ed efficientando l’intera macchina.
Non è dunque un caso che il gruppo si presenti al giro di boa, con un nuovo picco della produzione, cresciuta dell’8,1% nel trimestre (a 1,7 milioni di barili) e dell’8,7% tra gennaio e settembre -, potendo così ritoccare nuovamente al rialzo, per la seconda volta, il target annuo (portato ora al 9% da oltre il 7%) – e con nuovi successi esplorativi per oltre 1,2 miliardi di barili, più del doppio rispetto all’obiettivo di piano, supportati da una ulteriore riduzione dei costi esplorativi.
Ed eccoli i numeri: nel trimestre l’utile operativo rettificato, esclusa Saipem, è pari a 0,6 miliardi nel trimestre (-79%) e a 3,51 miliardi nei nove mesi (-60%), mentre includendo la controllata, l’utile operativo rettificato, indebolito dalla flessione dell’esplorazione e produzione, è sceso a 0,7 miliardi nel trimestre (-75,2%) e del 66,7%, a quota 3,08 miliardi, da gennaio a settembre. L’utile netto rettificato, invece, si è fermato, escludendo gli effetti della controllata, a -0,29 miliardi nel trimestre con un peggioramento di 1,42 miliardi rispetto al dato registrato nello stesso periodo del 2014; sui nove mesi la diminuzione, sempre escludendo Saipem, è stata del 76%, a 759 milioni ( il calo sarebbe stato invece dell’83,7% includendo gli effetti dell’azienda attiva nei servizi petroliferi e sul trimestre la contrazione sarebbe stata di 0,26 miliardi rispetto agli 1,17 miliardi del trimestre 2014). Mentre la perdita netta nel trimestre è stata di 950 milioni (360 milioni nei nove mesi).
Il cash flow operativo è stato poi di 7,39 miliardi nei nove mesi (1,71 miliardi nell’ultimo trimestre) e ha consentito, insieme ai proventi derivati da qualche cessione di asset no core nell’E&P, di coprire quasi interamente gli investimenti. Quanto al debito, che ancora non beneficia del deconsolidamento di Saipem, a fine settembre si è fermato a 18.4 miliardi, in crescita di 1,94 miliardi sul dato di giugno (4,7 miliardi su quello di dicembre 2014) per via del pagamento dell’acconto cedola e degli investimenti del periodo. Di conseguenza, il leverage – cioè il rapporto tra indebitamento netto e patrimonio netto – è salito a 0,39 a fine settembre contro lo 0,22 di dicembre 2014.
Ma anche questo tassello beneficerà presto degli effetti della cessione di un primo pacchetto di Saipem. L’operazione, rimarca poi Descalzi in conference call, affiancato dal cfo, Massimo?Mondazzi, «rafforza noi e loro», non prima di aver ricordato i tre pilastri della sua strategia, «crescita nell’upstream, ristrutturazione del mid-downstream e focus sul core-business». Sul futuro del pacchetto di Saipem ancora in portafoglio, l’ad non si sbilancia («per ora non ci muoviamo»), mentre sulla chimica, precisa, «cerchiamo partner finanziari».
Si muove, eccome, invece, il gruppo guardando al Mediterraneo e al maxi-giacimento egiziano di Zohr, celebrato ieri anche dal New York Times, secondo cui quell’asset «rischia di capovolgere la diplomazia energetica in Medio Oriente». Descalzi è ben consapevole dell’enorme potenziale, non solo in termini di risorse, di quel campo.?E ieri è volato a Gerusalemme per incontrare il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro delle Infrastrutture Yuval Steinitz. A loro, il numero di Eni ha rimarcato le possibili sinergie di un asse tra l’Egitto (dove, ieri, il gruppo ha messo in produzione due pozzi con tempi record), Cipro e, appunto, Israele, che, mettendo insieme risorse e infrastrutture, potrebbero creare un hub regionale del gas, in grado di lanciare una sponda importante all’Europa, rinsaldando così anche lo scambio con l’Africa. Da dove continuano ad arrivare buone notizie: in Mozambico, infatti, secondo quanto reso noto ieri da Simone Santi, presidente del Business Council Mozambico-Italia, l’Eni si sarebbe aggiudicata una nuova area di esplorazione, A5-A, ad Angoche (nel nord-est del paese), insieme a Sasol Petroleum, Statoil ed Enh.

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