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Eni, dove porta la svolta (obbligata) di Scaroni

di Stefano Agnoli

Eni senza Snam, partiamo dalla fine. Privandosi di tutta Snam Rete Gas il Cane a sei zampe sarebbe un animale diverso. Decisamente diverso. Che piacerebbe maggiormente al mercato e agli investitori per il fatto di diventare un'entità assai più simile a una «oil company» pura. Come Exxon, come Shell, come Total, per intendersi. Dotato per di più di una dote assai cospicua di munizioni finanziarie da poter sparare in termini di maggiori investimenti nel suo settore «core», cioè quello dell'esplorazione e produzione di petrolio e gas. E magari, dulcis in fundo per i suoi azionisti grandi e piccoli, con la possibilità di poter distribuire anche un dividendo extra, visto che il suo debito netto sarebbe quasi dimezzato.
La sorpresa
Ma andiamo con ordine. Non ci sono dubbi che nella parte relativa allo spin-off di Snam il decreto sulle liberalizzazioni del governo abbia sorpreso molti. Il nodo gordiano dello «scorporo sì-scorporo no» dibattuto almeno dal 2000 e sottoposto al giudizio delle varie Authority (dal «separazionista» Alessandro Ortis fino alle posizioni più sfumate del suo successore Guido Bortoni, passando per l'ex Antitrust Antonio Catricalà) è stato sciolto con un taglio netto. Eni e Snam prenderanno due strade diverse, anche se ciò accadrà in un periodo tra (minimo) sei mesi e (massimo) due anni e mezzo.
Anche qui, tuttavia, si tratta di fare qualche distinguo. Il discorso sta in piedi solo se a separarsi dal gruppo di Paolo Scaroni sarà «tutto» il business Snam (l'ha confermato il ministro Corrado Passera), e non solo la parte relativa alla rete di trasporto, ovvero ai tubi, come si era temuto in un primo momento. Se il parto del governo venisse in qualche modo limitato, in futuro, alla cessione di quest'ultima (come finora non è) l'operazione potrebbe alla fine rivelarsi un boomerang per entrambi i soggetti coinvolti: Snam perderebbe un'attività che vale assai più della metà dei suoi ricavi, e l'Eni non potrebbe godere del deconsolidamento del debito del gruppo Snam.
Proprio il «deconsolidamento» e gli incassi da vendita della quota in portafoglio, sostengono gli analisti del settore energia, costituiscono il vero interesse di tutta la faccenda per chi deve valutare la «nuova» Eni. L'operazione, insomma, dovrebbe «naturalmente» passare dalla Cassa Depositi e Prestiti, che come nel caso del gasdotto dalla Russia (il Tag) sarebbe la candidata ideale per acquistare il 32,5% di Snam, lasciando all'Eni il restante 20% fissato dal decreto. Un pacchetto che a sua volta il gruppo di Metanopoli potrebbe decidere di collocare sul mercato. A tempo debito, per non deprimere troppo il valore del titolo. Oppure puntando su un compratore «sicuro» come potrebbe essere in via teorica quello altrettanto «naturale» rappresentato dal fondo F2i di Vito Gamberale. Certo, la Cassa Depositi e Prestiti dovrebbe risolvere qualche intreccio di troppo, visto che ha già in portafoglio il 26,4% dell'Eni stessa, il 29,9% di Terna e un impegno per comprare il Tag. L'occasione potrebbe quindi essere ideale per dare vita al progetto di una «società delle reti» Snam-Terna, a suo tempo valutato da Mediobanca. Ma quest'ultima — una decisione i cui effetti industriali paiono scarsi — sarebbe una mossa squisitamente «politica».
Debiti da dimezzare
Procedendo invece lungo la strada maestra della cessione del 32,5% alla Cassa, l'Eni potrebbe spuntare un ricavo straordinario di 3,8 miliardi di euro. Una cifra frutto di una semplice valutazione di mercato, che potrebbe essere il giusto punto di incontro per le esigenze di Paolo Scaroni e dei soci di minoranza (massimizzare l'incasso) e quelle della mano pubblica acquirente (minimizzarlo).
Ma soprattutto, scendendo sotto la maggioranza, l'Eni avrebbe l'opportunità di dimezzare il suo debito netto, togliendo dai suoi 25,5 miliardi di euro i 12,2 miliardi di origine Snam. Ecco perché, abbassando il rapporto debt-equity dallo 0,45-0,5 attuale allo 0,15-0,1, in prospettiva si aprono per il Cane a sei zampe spazi di intervento interessanti.
Come quello, appunto, di un dividendo straordinario che farebbe felici gli azionisti e di cui godrebbe anche il socio pubblico, che potrebbe così attenuare l'onere dell'operazione Snam. Non solo: potendo spingere nuovamente sulla leva finanziaria, l'Eni avrebbe l'opportunità di accelerare anche sul versante degli investimenti (previsti fino a ieri per il gruppo in 53,3 miliardi di euro nel periodo 2011-2014), oggetto negli ultimi anni di qualche appunto. Il tutto al netto delle altre dismissioni da tempo in rampa di lancio, prima fra tutte la rinuncia alla quota Galp (il 33% valutato 3,2 miliardi di euro), che aumenterebbero ulteriormente la massa di manovra finanziaria.
Il record del Mozambico
E quasi a dispetto della sua strategia di crescita organica e mirata a risultati «sicuri», proprio nell'Esplorazione & Produzione, la divisione guidata da Claudio Descalzi, l'Eni si è tolta parecchie soddisfazioni nei mesi scorsi. Come quella in Mozambico, la più grande «scoperta» di idrocarburi dell'intera storia del gruppo, che potrebbe addirittura dare ulteriori soddisfazioni nel prossimo futuro (si è parlato di un raddoppio delle riserve). Nei prossimi mesi del 2012, comunque, il gruppo di Metanopoli è atteso da cinque importanti «Fid», decisioni finali di investimento, per progetti importanti come ad esempio Zubair in Iraq, la val d'Agri in Basilicata, Jangkirk in Indonesia. Nel 2013 si dovrà discutere della sorte di altri tredici giacimenti come Junin-5 in Venezuela e Skurgard in Norvegia. Per non parlare della fase tre di Karachaganak o della fase due di Kashagan in Kazakhstan.
Con più soldi in cassa si potrebbe accelerare. E, chissà, l'agognato obiettivo dei due milioni di barili prodotti al giorno potrebbe essere raggiunto prima del 2014. Grazie a Snam?

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