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Eni, chiesto il giudizio per l’ex Scaroni e Descalzi

Per la procura di Milano, le parole dell’ex manager di Eni, Vincenzo Armanna, pesano più di quelle dell’attuale amministratore delegato, Claudio Descalzi. I due si sono trovati di fronte in un faccia a faccia voluto dai pm milanesi, Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, per far luce su un incontro con il presidente nigeriano Goodluck Jonathan avvenuto nel 2010 per decidere il ruolo dell’intermediario Obi Emeka nell’affare che avrebbe portato all’Eni lo sfruttamento di un immenso giacimento di petrolio in Nigeria.
Le dichiarazioni di Descalzi non hanno convinto a fondo i pubblici ministeri che ieri ne hanno chiesto il rinvio a giudizio insieme all’ex amministratore delegato e suo predecessore, Paolo Scaroni. Le accuse sono di concorso in corruzione internazionale. Nel capo di imputazione riportato nel documento di chiusura indagini i pm hanno messo nero su bianco che il
deus ex machina dell’affare sarebbe stato l’ex numero uno di Eni. Scaroni avrebbe dato «il placet all’intermediazione di Obi» Emeka, «proposta da Bisignani », «invitando Descalzi», all’epoca direttore generale della Divisione Exploration & Production Eni, «ad adeguarsi». Sia Scaroni sia Descalzi, poi, secondo l’accusa, avrebbero incontrato «il presidente» nigeriano Jonathan Goodluck «per definire l’affare». E la conferma dell’incontro è sostenuta proprio dall’ex dirigente Eni nell’area del Sahara Armanna, anche lui indagato in quanto avrebbe partecipato alla divisione dei soldi.
Per oliare i meccanismi, infatti, sarebbe stata confezionata una maxi mazzetta da un miliardo e 92 milioni necessaria, secondo l’accusa, in parte a corrompere alcuni politici del Paese africano e in parte a soddisfare gli appetiti di denaro di alcuni manager del colosso petrolifero italiano. I soldi sarebbero stati messi a disposizione da Eni e Shell su un conto corrente della Jp Morgan: da qui sarebbero partiti due bonifici da 400 milioni di dollari verso conti intestati alla società Malabu, attraverso la quale l’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete si era autoassegnato la concessione del giacimento posto al largo della Nigeria (l’Opl 245). Una parte di quei soldi sarebbero dovuti finire a tre diversi gruppi: i manager Eni, gli intermediari esteri (Obi Emeka e il russo Ednan Agaev) e quelli italiani (il faccendiere Luigi Bisignani e l’imprenditore Gianluca Di Nardo). Ma un sequestro della giustizia svizzera ne bloccò il trasferimento. Per l’affare tra gli indagati figurano anche l’allora capo della divisione Esplorazioni Eni, Roberto Casula, l’ex ministro nigeriano Dan Etete, Ciro Pagano, managing director di Nigerian Agip Exploration e Gianfranco Falcioni, altro presunto intermediario.
La società italiana, invece, assistita dalla ex ministro della Giustizia Paola Severino, difende a spada tratta i suoi vertici. «Attualmente non ci è stato notificato alcun provvedimento. Teniamo a ribadire la correttezza dell’operazione relativa all’acquisizione della licenza del blocco Opl 245, conclusa senza l’intervento di alcun intermediario, da Eni e Shell con il governo nigeriano». E ha fatto notare quanto messo in atto per aiutare la magistratura. «Si ricorda che la società, non appena è venuta a conoscenza dell’esistenza di una indagine avente ad oggetto la procedura di acquisizione del blocco Opl 245 — prosegue il portavoce — ha incaricato uno studio legale americano, di rinomata esperienza internazionale, del tutto indipendente, di condurre le più ampie verifiche sulla correttezza e la regolarità della predetta procedura. Dall’approfondita indagine indipendente è emersa la regolarità della procedura, avvenuta nel rispetto delle normative vigenti».

Paolo Scaroni

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