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Eni cede la quota in Severenergia

I gruppi italiani dell’energia a controllo pubblico chiudono l’esperienza dell’upstream in Siberia. A poco più di un mese di distanza dall’operazione annunciata da Enel, anche l’Eni ha ceduto la residua partecipazione posseduta in Severenergia. Il gruppo guidato da Paolo Scaroni ha ufficializzato ieri il raggiungimento di un accordo con le società russe Novatek e GazpromNeft, che già controllano il 51% Severenergia, per la cessione del proprio pacchetto pari al 29,4% del capitale per un corrispettivo di 2,94 miliardi di dollari. Si tratta di una valorizzazione leggermente più alta di quanto spuntato a fine settembre da Enel, che cedendo a Rosneft aveva incassato 1,8 miliardi di dollari per una quota pari al 19,6 per cento del capitale.
Nei giorni scorsi il quotidiano russo Kommersant aveva riferito del tentativo delle due società che detengono la maggioranza di Severenergia di rilanciare sul prezzo spuntato da Enel – e di pari passo anche sull’offerta da fare a Eni – per impedire l’ingresso di Rosneft, primo produttore di petrolio al mondo, nel capitale di Severenergia e dunque nel progetto del gas siberiano.
Enel però aveva firmato un accordo vincolante e difficilmente avrebbe potuto ritornare sui propri passi tanto è vero che nei giorni scorsi è stato firmato il closing dell’operazione con la destinazione dell’intero incasso della dismissione alla riduzione del debito della società.
Tornando all’operazione annunciata ieri, il passaggio delle quote di Severenergia non è diretto ma sono state cedute – come già accaduto con Enel – le partecipazioni in Artic Russia, la scatola attraverso la quale Eni e il gruppo elettrico italiano controllavano il 49% di Severenergia. A loro volta Novatek e Gazpromneft hanno acquistato attraverso una jv paritetica denominata Yamal Developement.
L’aspetto particolare di questa vicenda è la velocità con la quale le partecipazioni di Eni ed Enel in Severenergia hanno moltiplicato il loro valore, fino a oltre 5 volte l’investimento iniziale, nell’arco di 6 anni. Le due società italiane avevani acquisito Severenergia nel 2007 (rilevando asset della ex Yukos finita in bancarotta) con un investimento complessivo di 1 miliardo di dollari. In base agli accordi stipulati con Gazprom, nel 2009 è stato ceduto al gruppo russo il 51% della società, per un controvalore di 1,6 miliardi di dollari. Poi sono passati gli anni: nel 2011, sempre in esecuzione degli accordi fra le tre parti, è entrato in produzione il primo gas del giacimento di Samburskoye che oggi garantisce 30mila barili olio equivalenti (boe) al giorno quando, secondo i piani, doveva raggiungere i 150 mila boe entro i due anni successivi all’avvio della produzione. Nonostante l’output non sembri andare come da programmi, quest’anno Eni e Enel sono riuscite a cedere il residuo pacchetto del 41% per complessivi 4,7 miliardi di dollari, complice forse la contesa tra i colossi russi Gazpromneft e Novatek da una parte e Rosneft dall’altra per aggiudicarsi quella partecipazione. Severenergia porta in dote 9 licenze esplorative e per la produzione di idrocarburi con riserve di gas e petrolio stimate in 5 miliardi di boe.
«Con questa vendita Eni – spiega una nota della società – monetizza l’investimento, giunto a un elevato livello di maturità, nell’upstream siberiano russo, coerentemente con gli obiettivi di creazione di valore per i propri azionisti». L’operazione è subordinata all’ottenimento delle autorizzazioni di prassi, mentre il corrispettivo della cessione verrà pagato cash al closing. Eni resta comunque in Russia attraverso le jv con Rosneft per l’esplorazione nel Mar Nero e nel Mare di Barents, la partnership con Gazprom nel gasdotto South Stream.

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