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«Eni, 17-18 miliardi dalla cessione Snam»

Eni fa buon viso alla grande perdita. Perché proprio di questo si tratta, ha rimarcato l’amministratore delegato Paolo Scaroni celebrando l’operazione concordata con il Governo per facilitare il passaggio del controllo di Snam alla Cassa depositi e prestiti: l’annullamento di azioni proprie per il 9,3% del capitale Eni che consentirà a Cassa e al Tesoro di crescere automaticamente e senza colpo ferire (ovvero senza esborsi) ad una quota complessiva del 33,4% di Eni. E così potranno cedere la “nuova” quota, questa volta in cambio di denari sonanti, sia per evitare l’obbligo di Opa sia, soprattutto, per finanziare una parte importante dell’acquisizione del 30% di Snam.
Alchimie che ieri si sono rivelate poco più di una formalità. Mezz’ora di assemblea ed era fatta, a larghissima maggioranza dei votanti in rappresentanza degli investitori finanziari e dei manovratori istituzionali. A cui Scaroni dedica un garbato mugugno e una promessa.
Il mugugno: la perdita è «dolorosa» (come non ricordare gli anni di accanita e fattiva opposizione). Di più: è «un’amputazione». Ma l’Eni è talmente allenato ai cambi di scenario da adattarsi al meglio, dice in sostanza l’ad ripetendo la promessa-monito formulata negli ultimi mesi. L’operazione di scorporo dovrà (e anche il Governo è chiamato a farsene garante) rispettare tre criteri: la salvaguardia degli azionisti Eni «con un’operazione di mercato», la salvaguardia di quelli di Snam «di cui ci sentiamo responsabili», il rafforzamento «e non l’indebolimento» dell’Eni.
Sull’ultimo punto Scaroni brinda alle «soluzioni» trovate dal Cda. Con una strategia guida: liberare risorse per abbattere il debito e garantire nuova forza industriale da dedicare al core business dell’esplorazione e produzione di idrocarburi ma anche, evidentemente, al rafforzamento delle alleanze internazionali sullo stesso versante di Snam. È infatti prevista tra fine anno e inizio 2013 la «final investment decision» su South Stream, per il nuovo Gasdotto che dalla Russia vorrebbe piegare a sud per arrivare da Est che vede alleati Eni e il colosso russo Gazprom.
Risorse economiche non mancheranno anche grazie all’apporto della cessione Snam. Qualcosa andrà via con la ricostituzione del portafoglio di azioni proprie con un buy back fino a 6 miliardi di euro. Ma molto entrerà con la vendita «di tutto ciò che ci rimane di Snam», ovvero del residuo 25%. Operazione da effettuare «senza fretta alle migliori condizioni di mercato» ribadisce Scaroni. Incasso stimato tra i 3 e i 3,3 miliardi, da aggiungere ai 3,5 da Cdp per la cessione del 30%. Ed ecco che tra introito cash e deconsolidamento del debito Snam per 11 miliardi il gruppo ricaverà «qualcosa come 17-18 miliardi» che potranno abbattere l’indebitamento «ad un livello molto basso, attorno ai 10 miliardi» mentre la leva finanziaria scenderà dal 46 al 20%.
Pretendenti al 25% della quota residua? «Già molti» conferma Scaroni, che non si sbottona. Fondi sovrani (e non solo quelli infrastrutturali) in corsa? «Chi vuole solo azioni può venire da noi. Chi vuole anche un po’ di governance lo mandiamo dalla Cassa» risponde l’ad dell’Eni. Come a dire: degli equilibri di potere della nuova Snam si faccia carico, e garante, il Governo.
E qui Scaroni si leva un sassolino dalla scarpa: «Uno si sveglia la mattina e dice che le tariffe verranno bloccate. Così gli investitori si raffreddano» osserva i capo dell’Eni riferendosi all’idea, inserita nelle bozze della spending review e poi abortita, di bloccare le tariffe regolate, comprese quelle per il trasporto e la distribuzione di gas.

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