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Energia, aziende in rivolta “Lasciate i prezzi agevolati o ce ne andiamo dall’Italia”

«Se non ci metteranno nelle condizioni di poter competere con le altre aziende europee, non ci resterà che delocalizzare». Giuseppe Pasini è il patron della Feralpi, azienda bresciana tra i leader europei nella produzione di acciaio per l’edilizia. Pesa le parole, anche perché guidando il comitato energia di Confindustria parla a nome di 350 imprese, ma non ci pensa due volte a evocare quel termine così indigesto al ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio: “delocalizzazioni”. E così emerge a tutto tondo l’emergenza che contrappone una fetta consistente della manifattura italiana al governo: da un lato i cosiddetti “energivori”, cioè cartiere, acciaierie, cementifici, industrie chimiche, fonderie, ceramiche, tutte le fabbriche che consumano enormi quantità di energia e che, proprio per questo, da sempre possono contare su prezzi agevolati della bolletta; dall’altro, il governo gialloverde che le agevolazioni le sta mettendo in dubbio. Una misura dell’emergenza si avrà oggi quando al tavolo di Di Maio siederà la Jindal: il colosso indiano ha rilevato l’acciaieria di Piombino, insieme a Taranto capitale della siderurgia italiana. Ora chiede, appunto, rassicurazioni al governo perché altrimenti difficilmente porterà avanti il piano industriale incentrato sulla costruzione di un forno elettrico. Dal progetto dipende il futuro di circa 1800 operai. Stesso discorso per i quasi 800 operai della ex-Alcoa di Portovesme (alluminio), con il nuovo proprietario Sider Alloys praticamente fermo all’enunciazione del piano industriale perché sul fronte del prezzo dell’energia mancano risposte. In ballo ci sono due strumenti di politica industriale e, in alcuni casi, anche accordi ad hoc per le singole aziende. Il primo dei due strumenti è l’”interrompibilità”, ovvero la disponibilità data dalle industrie energivore in caso di emergenze nel Paese, blackout in primis, a “staccare la luce” per garantire più energia al resto del sistema. Una disponibilità pagata dallo Stato con tariffe agevolate. Questo meccanismo al momento è assicurato fino al 2020, mentre sul futuro non esistono indicazioni. L’altro strumento è l’”interconnector” che prevede agevolazioni sulla bolletta alle imprese che fanno investimenti sull’interconnessione della rete con altri Paesi: scade nel 2021 e l’esecutivo, in particolare nella sua componente pentastellata, sta pensando di sostituirlo con accordi di scambio tra tariffe agevolate e investimenti nell’energia sostenibile. Dunque un altro elemento di grande incertezza. «Le nostre pianificazioni partono da un minimo di tre anni – dice Pasini – . Non siamo contro l’energia rinnovabile, stiamo già investendo, ma intanto come tiriamo avanti? Vanno confermate interrompibilità e interconnector». Per le aziende energivore in crisi il quadro è ancora più allarmante. Emblematico il caso della ex-Alcoa rilevata da Sider Alloys: era previsto un accordo con l’Enel per la fornitura di energia a 45 euro per megawatt nell’arco dei successivi dieci anni, una tariffa dalla quale poi venivano sottratti interrompibilità e interconnector, arrivando così ad un prezzo inferiore ai 27 euro. Su quella cifra era parametrato il piano industriale di Sider Alloys, ma nel passaggio di consegne tra il governo di centrosinistra e il nuovo esecutivo l’accordo con Enel non è stato formalizzato e, per via delle successive oscillazioni del mercato dell’energia, il livello tariffario previsto è diventato insostenibile. Tutto in alto mare, dunque: «Il governo deve capire che stiamo parlando di settori strategici, oltre che di migliaia di lavoratori – avverte Mirco Rota che segue la siderurgia per Fiom-Cgil –. Le risposte non possono arrivare a rilento».

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