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Enel&Edf la lunga corsa al nucleare

di Stefano Agnoli

Meno petrolio e più atomo. A leggerla così la lezione libica rischia di essere quanto meno riduttiva. È vero che i fautori dell’energia nucleare hanno subito approfittato delle interruzioni delle forniture di greggio e gas per portare acqua al loro mulino, ma la situazione appare un po’ più complessa. Chi vince e chi perde Nell’immediato la lista di chi perde e chi guadagna con la crisi a Tripoli vede per ora dalla parte di chi sta passando dei guai l’Eni di Paolo Scaroni, che vende 9 miliardi di metri cubi di gas libico l’anno e produce mezzo milione di barili al giorno di petrolio (nel 2009). Per conoscere con maggior precisione gli effetti del blocco dei giacimenti basterà aspettare tre giorni: giovedì, a Londra, i manager del Cane a sei zampe affronteranno una delicata strategy presentation , ultimo appuntamento con gli investitori prima del rinnovo del consiglio. Qualche difficoltà la stanno passando anche i raffinatori, come la Saras dei Moratti (con Eni, Esso e Totalerg i maggiori importatori di petrolio da Tripoli), costretti a sostituire il pregiato greggio libico con il più caro «crude» del West Africa o del Caspio, arrivati a nuovi massimi. Tirano invece un sospiro di sollievo le aziende come Edison, Sorgenia, Gdf-Suez, tutte «lunghe» di gas, che possono invocare la causa di forza maggiore per non pagare le quantità non ritirate al fornitore Eni. Fin qui il bilancio dell’emergenza, scongiurata con il maggior ricorso al gas russo e agli stoccaggi. Itgi e Livorno Ma che cosa potrebbe accadere in futuro? E a trarne vantaggio saranno solo i «nuclearisti» , a partire dall’asse Enel-Edf di Fulvio Conti e Henri Proglio? Intanto l’ennesima crisi del sistema energetico non potrà condurre subito, e neppure nel medio termine, ad un allentamento della dipendenza da gas e petrolio. Al contrario: il blocco di una linea di rifornimento, e le prospettive di ripresa dei consumi dal 2012, potrebbero definitivamente far cadere ostacoli e timori per la realizzazione di altri gasdotti, o di rigassificatori. Accrescendo la diversificazione, ma accentuando anche la già elevata «gassificazione» italiana, oggi pari al 39%dei consumi energetici (il 40%per il petrolio). Quali? Il rigassificatore di Livorno, già in via di realizzazione con una capacità di 3,7 miliardi di metri cubi l'anno. Poi il gasdotto Itgi della Edison, il «corridoio sud» dalla Turchia che marcerà con gas azero. L’Azerbaigian, peraltro, è già tra i primi quattro fornitori di petrolio italiani, assieme a Libia, Russia, e (sorprendentemente) Iran. Con l’Itgi la dipendenza da un altro Stato dalle caratteristiche ben poco democratiche aumenterebbe. Ma tant’è. L’apporto delle due nuove infrastrutture, secondo la simulazione effettuate dall’Rse (autori Michele Benini, Andrea Grassi e Alessandro Zani), consentirebbe all’Italia di fronteggiare la chiusura per i cinque mesi invernali di un gasdotto cruciale come quello algerino — che vale più di tre volte il Greenstream libico — pagando però un dazio pesante: o l’esaurimento di tutto lo stoccaggio strategico, ipotesi però poco raccomandabile, oppure una «tassa» di 600 milioni di euro. Un fardello dovuto al maggiore import di elettricità dall’Ue e al forzato utilizzo delle centrali di «riserva» che vanno a olio combustibile. Una strategia simile a quella adottata con la crisi ucraina del 2005-06: si paga e si sporca un po’ di più per tenere al sicuro riscaldamenti e industrie. Per la futura Edison a controllo francese, destinata a diventare la «gas company» di Edf, uno scenario di questo genere si presenterebbe denso di aspettative. Ma per alleviare il peso della dipendenza è prevedibile che anche il tasso di «elettrificazione» dei consumi italiani sia destinato a salire, e che per produrre elettricità non si utilizzi altro gas. Cordate È su un’assunzione di questo genere che si basa il piano energetico del governo. E visto che in Italia, a differenza che in Francia (o in Svizzera), il riscaldamento delle case non è elettrico, sarà sull’elettricità per le industrie e per gli usi domestici che nucleare, carbone e energie rinnovabili potranno far leva per «rubare» quote di mercato al gas. Una competizione che, secondo i portabandiera delle energie «alternative» , sta però partendo con il piede sbagliato. I nuovi limiti a potenza installata e incentivi allo studio del governo (compreso il tetto a 8mila megawatt) rischiano di ingabbiare lo sviluppo di tutto il settore. Insomma, per chiudere la brutta pagina degli incentivi alla rinnovabili — una corsa alla diligenza pagata dalle bollette degli italiani con 5,7 miliardi di euro l'anno — il rischio che si corre è di gettare il bambino con l’acqua sporca. Inevitabile lo strascico delle polemiche: dietro ai provvedimenti sulle rinnovabili, per chi li avversa, ci sarebbe anche la lobby del nucleare. Quella di Enel e di Edf, e dei tanti contractor interessati alla costruzione delle centrali. Per di più, se le intenzioni diventassero realtà, a Enel-Edf potrebbe unirsi anche la cordata GdfSuez-E. On. Oltre al gas, insomma, anche il nucleare italiano parlerebbe sempre più francese (e un po’ tedesco). Auto elettrica Ma ci sono anche nuove opportunità che potrebbero aprirsi. Perché se fino a ieri era quasi un dogma l’equazione «il petrolio è movimento e il gas è quiete» nel prossimo futuro la prospettiva potrebbe cambiare. Almeno per una parte significativa. Come? Con la progressiva introduzione sul mercato di auto elettriche (e ibride), che potrebbero iniziare a intaccare lo zoccolo duro dei consumi petroliferi, quelli di gasolio e benzina. Che, per inciso, valgono metà dei consumi petroliferi nazionali (35 milioni di tonnellate nel 2010 su 73 milioni complessivi). Una prospettiva troppo lontana? Di sicuro non dietro l'angolo, ma non molto più distante di quella dell'energia nucleare, il cui primo chilowattora si vedrà intorno al 2018-20, se tutto dovesse filare senza intoppi. Sempre secondo i calcoli dei ricercatori Rse (Michele Benini, Alberto Gelmini e Fabio Lanati), se nell’Italia del 2030 circolassero 10 milioni di veicoli elettrici si potrebbero togliere dalla circolazione 4 miliardi di litri di gasolio e benzina l'anno. All’incirca 150 mila barili al giorno, poco meno della metà dell’import dalla Libia del 2010 (362mila barili giorno secondo l'Unione petrolifera). Un altro territorio aperto per i grandi produttori di elettricità. Qualche timida iniziativa è già partita, Enel con Smart e A2A con Renault. Ma anche qui si profila una competizione: la Fiat, che poco crede all'auto elettrica e punta invece sull’auto a metano, potrebbe ritrovarsi dalla stessa parte dell’Eni (e di Edison). Contro un blocco «elettrico» nuclearista a forte presenza transalpina.

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