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Enel, avanti con il piano taglia-debiti

Se da tempo il cruccio maggiore dell’Enel è l’equilibrio finanziario, gli ultimi mesi del 2013 e il primo scorcio del 2014 hanno messo un altro tassello sulla strada che per fine anno dovrà concludersi con un debito netto ridotto a 37 miliardi di euro, contro i 54 registrati subito dopo l’acquisizione di Endesa nell’ormai «lontano» 2008.
Ciò che è accaduto nelle ultime settimane è che la liquidità accumulata con una serie di operazioni che vanno dalle dismissioni (l’ultima quella della quota nella russa Severenergia) alla cartolarizzazione del deficit tariffario spagnolo, fino al contenimento di costi e investimenti, ha consentito agli uomini della finanza del gruppo di staccare alle banche creditrici un assegno di più di 4 miliardi di euro. Sul volume dell’esposizione netta poche differenze di rilievo: si utilizza parte della liquidità per chiudere costose linee di credito. Ma quanto alla struttura complessiva del debito prende corpo il proposito più volte annunciato di invertire il rapporto prestiti bancari/prestiti obbligazionari. I primi pesavano per due terzi del totale del debito ai tempi dell’operazione Endesa e ora si avvicinano ad essere ridotti a meno di un terzo.
Un risultato che per chi ha vissuto le evoluzioni degli ultimi anni non risulta essere di poco conto. Per finanziare la conquista di Endesa nel biennio 2007-2008 fu necessario negoziare una linea di credito bancaria da 35 miliardi più altri 8 miliardi. E negli ultimi anni di Grande Crisi – prima cioè che a fine luglio 2012 Mario Draghi pronunciasse le fatidiche parole sulla difesa della moneta unica («pronti a tutto per salvare l’euro») – pochi ricordano che l’Enel, per tranquillizzare le agenzie di rating, mantenesse in cassa una liquidità di una decina di miliardi, tale da consentirle un «survival period» di 24 mesi nel caso di crisi globale del sistema finanziario.
Nel 2013 la situazione di mercato si è fatta più tranquilla, il che ha reso percorribile anche la via dell’emissione dei bond «ibridi», uno strumento per investitori istituzionali che accontenta un po’ tutti: è apprezzato dalle «solite» agenzie di rating, e a fronte di un premio di 200-300 punti base sui bond tradizionali consente di rafforzarsi patrimonialmente (il 50% è considerato equity) senza cambiare le carte in tavola per gli azionisti e il loro dividendo. Dopo l’operazione da 1,6 miliardi dell’8 gennaio scorso che ha portato il totale a 4,2 miliardi, il programma di emissioni per 5 miliardi è vicino alla conclusione. Oltre ai bond ibridi, però, il Ceo Fulvio Conti (in scadenza in primavera ma disponibile a un altro mandato) si attende molto anche dalle cessioni: 1,6 miliardi sono stati già ricavati, ma per centrare la promessa fatta al mercato mancano all’appello altri 4,4 miliardi. L’impegno a farcela entro fine anno «è confermato», rispondono all’Enel, e riguarderà non solo partecipazioni di minoranza o singoli assets (ad esempio la centrale a gas belga di Marcinelle promessa a Gazprom), ma anche «attività consolidate che non sono più una priorità strategica». Come, a sentire gli analisti finanziari, anche Slovenske Elektrarne, la società di Bratislava comprata nel 2005 che rilanciò Enel nel nucleare (e le diede una posizione di rilievo nella piattaforma elettrica est-europea, oggi però meno attraente).
Entro fine anno, se tutto filerà liscio, alla fase che i tecnici della finanza del gruppo elettrico chiamano del «deleveraging», cioè della riduzione del debito, dovrebbe però aggiungersi anche quella del riacquisto delle «minorities», delle quote di minoranza possedute da soci terzi nelle attività Enel. Un riassetto che avverrà soprattutto in America Latina, dove 9 controllate sono quotate in Borsa. Ma non solo. L’idea di arrivare al 100% di Endesa e ritirarla dal mercato è un’opzione ben presente, quanto meno sul medio-lungo periodo.

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