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Emissioni sovrane, il mercato boccia le agenzie di rating

Per molto tempo hanno fatto tremare i governi e ballare gli spread ma a quanto pare non godono più di gran credito presso i mercati obbligazionari. Secondo statistiche compilate da Bloomberg, nel corso di questo 2012, le decisioni sui rating degli Stati prese da Moody’s e S&P sono state sovente ignorate dagli investitori del mercato del debito che anzi sono andati controcorrente il 56% delle volte, in totale 32, che sono state comunicate variazioni su giudizi o outlook degli Stati. Fra le due rivali, quella che ha rimediato lo score peggiore è stata Moody’s che nel 56% dei casi ha visto i mercati andare nella direzione opposta a quella da lei presa mentre S&P è riuscita a mantenersi sulla soglia di galleggiamento del 50%. La media per il 2012 è nettamente peggiore di quella storica dal 1974 ad oggi, del 47%, e riflette anche la maggiore propensione delle due società di rating ad utilizzare in questi mesi la scure anziché l’alloro. Moody’s in particolare ha effettuato un solo upgrade ogni 6,4 tagli del giudizio mentre S&P si è limitata a un rapporto di 4,3 downgrade per ogni promozione.
A fronte di tanto rigore, ci si sarebbe aspettato un anno terribile per i mercati del debito e invece i bond sovrani europei stanno per chiudere il 2012 con la migliore performance dal 1998 e un rendimento dell’11,5% a pochi giorni dal 31 dicembre. Particolarmente eclatante quanto avvenuto nel caso della Francia che il 19 novembre si è vista togliere il rating di triplo A anche da parte di Moody’s dopo che una misura analoga era stata già presa in precedenza da S&P: nei giorni seguenti, lo yield dei titoli di stato francesi è sceso dal 2,07% fino a uno storico 1,98% per poi assestarsi attorno al 2,03% di queste ore. E un anno fa, lo stesso si era verificato con i Treasury americani che rendevano il 2,56% il 5 agosto 2011, poche ore prima che arrivasse lo storico downgrade di S&P, e che ora fruttano l’1,80% dopo aver toccato in luglio un minimo storico dell’1,379%.
L’istinto “contrarian” dei mercati rispetto alle agenzie di rating può in realtà avere anche altre spiegazioni rispetto alla sola tesi del disinnamoramento da sovraesposizione. Come osservano alcuni analisti, infatti, le agenzie tendono a certificare situazioni che sono già state scontate dai mercati: in sostanza quando un’agenzia cala la scure su un titolo, questo ha già pagato lo scotto di questa prospettiva nei mesi precedenti e anzi talora beneficia dalla fine della situazione di incertezza. Vi sono poi oggettivamente elementi distorsivi del mercato del debito, basti pensare ai programmi di quantitative easing lanciati nel corso di questi due anni dalla Federal Reserve proprio per tenere basso il costo del denaro e fornire stimolo alla crescita economica, e l’impegno preso dalla Bce a intervenire sui bond a breve di Spagna e Italia in caso di richiesta ufficiale di aiuto da parte dei due governi. Tutti fattori che pongono gli operatori del mercato del debito di fronte a una situazione in cui, quantomeno nel breve-medio periodo, le libere dinamiche del mercato non sono in grado di potersi manifestare compiutamente.
Le agenzie di rating, peraltro, fanno osservare come le loro decisioni mirino a valutare il quadro dei fondamentali di un’economia, in particolare al capitolo indebitamento, e non a provocare determinate reazioni su spread o prezzi dei bond. In effetti le statistiche su questo punto paiono dalla parte di Moody’s e S&P: il debito medio dei governi europei, secondo i dati di Eurostat, è passato dal 66% del pil nel dicembre 2007 al 90% alla fine del secondo trimestre mentre negli Usa la variazione è stata ancora maggiore e ora il debito corre rapidamente verso la soglia astronomica di 16.300 miliardi di dollari.

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