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«Emissioni al top a 597 miliardi, rischio debito da Pil e garanzie»

Le armi non convenzionali che la Bce ha imbracciato con i programmi pandemici di acquisti dei titoli di Stato sono decisive. Ma non riescono a mantenere il ritmo imposto alle emissioni italiane dalla nuova impennata dell’indebitamento descritta dal Def.

L’ufficio parlamentare di bilancio ha promosso il quadro macroeconomico alla base del programma di finanza pubblica con la validazione dei numeri elaborati al ministero dell’Economia. Ma nella ricca memoria depositata ieri in Parlamento dal suo presidente giuseppe Pisauro ha messo in fila le tante incognite popolano la scena dei conti italiani. Scena dominata inevitabilmente dalle cifre che misurano il debito ingigantito dalla crisi. Nei calcoli dell’Authority parlamentare quest’anno la macchina del Tesoro dovrà girare a un ritmo inedito per toccare i 600 miliardi di emissioni. Il contatore si dovrebbe fermare per la precisione a quota 597 miliardi, polverizzando il primato del 2020 attestatosi pochi spiccioli sotto i 551 miliardi.

La percezione diffusa fra la politica è che tutto sommato questo debito sia gratis perché c’è l’ombrello della Bce. Ma non è così. Gli acquisti dell’Eurosistema continuano a essere fondamentali, soprattutto dopo i rilanci dei programmi straordinari decisi a Francoforte. Ma un paio di numeri sono sufficienti a mostrare un’evoluzione significativa. In base al criterio della quota capitale e ai meccanismi di reinvestimento per i titoli arrivati a fine corsa, quest’anno l’Eurosistema dovrebbe acquistare circa 189 miliardi di debito italiano, cioè poco meno del 32% del totale. Questo significa che il Tesoro dovrebbe collocare sul mercato 408 miliardi, e soprattutto che anche in termini di emissioni nette (al netto, cioè, del rinnovo dei titoli in scadenza) dovrebbe trovare acquirenti per 66 miliardi. Mentre l’anno scorso questa parte era ampiamente coperta dall’Eurosistema, e la stima delle emissioni nette 2020 era negativa per 14 miliardi.

In pratica, anche se a fine 2021 Banca d’Italia sarà titolare del 25% del debito pubblico con un aumento di quattro punti sul 2020, quest’anno occorrerà allargare la platea degli acquirenti di mercato del debito italiano. E proprio in quest’ottica diventa cruciale il «programma credibile» di riduzione progressiva del suo rapporto con il Pil sottolineato martedì dal ministro dell’Economia Franco. Perché accanto alla crescita l’altra variabile determinante, anche se meno centrale nel dibattito pubblico, è data dalla previsione che il periodo di tassi ultraleggeri durerà a lungo.

I due aspetti sono intrecciati, perché alle chance di ripresa del Paese a ritmi simili a quelli programmati dal Def è appeso il clima di fiducia intorno ai titoli italiani. L’Upb ha validato il quadro tendenziale del governo, ed evidenzia che l’allargamento del Recovery porta a un aumento di 46 miliardi dei fondi per i nuovi progetti. Ma sottolinea i «forti rischi al ribasso» sulle prospettive. Dettati ovviamente dalle incognite sull’andamento della pandemia, e sulla capacità del Paese di sfruttare i fondi del Recovery.

Già le previsioni di base dell’Upb sono più modeste di quelle del Mef, e indicano nel 2024 un debito ancora al 155,5% del Pil contro il 152,7% programmato a Via XX Settembre. Ma su tutte queste dinamiche pesa l’incognita prodotta dal boom delle garanzie pubbliche sui prestiti, passate dagli 85,8 miliardi del 2019 ai 215,5 del 2020. Quando il debitore garantito salta e la garanzia viene escussa, ricorda l’Upb, «lo Stato è tenuto al rimborso del capitale residuo». Per questa ragione l’Authority chiede che le l’andamento di queste voci e le perdite attese siano evidenziate nei prossimi documenti di finanza pubblica. Perché lì i «rischi per la sostenibilità delle finanze pubbliche» non sono rascurabili.

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