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Emergenti e economia Usa respirano

Una volta si diceva «never fight the Fed», cioè «mai combattere contro la Fed». Il significato di questo proverbio era chiaro: per i mercati non era saggio scommettere contro la banca centrale americana, perché era troppo forte. Da oggi, però, il proverbio andrebbe cambiato in «never fight the market», cioè «mai combattere contro il mercato». Perché questa volta la prova di forza l’hanno vinta loro: i mercati finanziari. È stata la Fed a piegarsi ai loro desideri: le turbolenze borsistiche di quest’estate e le altalene delle valute emergenti, con tutte le loro pesanti conseguenze economiche, hanno costretto la potente banca centrale Usa a temporeggiare. A mantenere i tassi d’interesse Usa invariati allo 0-0,25%, pur lasciando aperta la porta a una mini-stretta nel 2015.
Tra tutte le conseguenze che la decisione di ieri sera può avere, proprio questa è forse la più spinosa: la sua possibile perdita di credibilità. Per mesi la Fed ha lasciato intendere che avrebbe aumentato i tassi, perché l’economia Usa non giustifica più livelli così bassi. Ma alla fine ha fatto marcia indietro, e ha diramato un comunicato ancora più “espansivo” dei precedenti. I mercati potrebbero a questo punto pensare di avere il potere (col ricatto delle bufere sulle Borse) di costringere la banca centrale a fare quello che vogliono. Secondo un sondaggio di Rbs, il 63% degli investitori pensa che le banche centrali abbiano già perso credibilità. Ma andiamo con ordine. E vediamo chi sono i vincitori e i vinti di questa scelta.
I pro del rinvio
I primi beneficiari (al netto della volatilità) sono proprio i mercati finanaziari, che ora possono prendere un po’ di respiro. Soprattutto Borse e valute dei Paesi emergenti, su cui si concentravano le preoccupazioni. Un rialzo dei tassi Usa avrebbe infatti rincarato il dollaro rispetto alle monete emergenti, pesando sulle loro aziende (che sono iper-indebitate in dollari) e sui Paesi che hanno il debito pubblico in mani estere. I più vulnerabili sono per Moody’s Brasile, Russia, Turchia e Sud Africa. Si tratta di Stati molto esposti sull’estero, dunque vulnerabili al rincaro del dollaro e ai capricci della speculazione. Il mancato rialzo dei tassi regala loro un po’ di sollievo. Ma nulla di più: gli squilibri restano.
Il secondo pro riguarda l’economia americana. È vero che si è ripresa, ma è anche vero che manda ancora segnali contrastanti sul suo stato di salute: «Per quanto riguarda l’occupazione – osserva Andrea Delitala, gestore di Pictet Am – il dubbio è che la quantità di lavoro non corrisponda alla qualità del lavoro». Infatti la disoccupazione scende, ma i salari non aumentano. Se la Fed avesse aumentato i tassi, per la locomotiva Usa non sarebbe stato positivo.
I contro del rinvio
Purtroppo, però, anche gli svantaggi sono molti. Lasciare a zero i tassi d’interesse di un’economia che corre, significa incentivare comportamenti speculativi o azzardati. Per esempio tra le imprese. Molte aziende (soprattutto quelle che operano nel settore petrolifero) sono iper-indebitate e poco sane dal punto di vista finanziario: lasciare i tassi a zero vuol dire tenerle in vita “artificialmente”, ritardando una loro ristrutturazione.
I tassi a zero incentivano poi le tante imprese ormai abituate a indebitarsi per comprare, con i soldi presi in prestito, le proprie azioni a Wall Street. E spingono anche le famiglie a indebitarsi. La lista delle bolle vere e immaginarie è lunga, e una Fed così timorosa di spaventare i mercati non fa altro che incentivare psicologicamente questi comportamenti. Attendere qualche mese non basterà per far risalire l’inflazione (la politica dei tassi zero non ci è riuscita fino ad ora), non basterà a rimettere in sesto il Brasile o la Russia, non basterà a far salire i salari. Ma potrebbe bastare per convincere i mercati che il coltello dalla parte del manico ce l’hanno loro.

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