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Emergenti al ralenti ma non si fermano

Pochi fenomeni sembrano più globali dell’attuale crisi economica, che si è sempre più caratterizzata per la sua natura sistemica. Allo stesso tempo, però, si può sostenere con altrettanto buon diritto che il fenomeno ha una chiara natura glocal. Questa si manifesta con il fatto che la condizione negativa colpisce quasi tutte le principali zone del mondo, ma in maniera differenziata, in misura asimmetrica e con tempi asincroni. Proprio questa natura ha consentito agli investitori di trovare rifugio in aree geografiche meno colpite dalle ondate recessive o addirittura in controtendenza. Il caso più evidente è rappresentato da alcuni Paesi emergenti, che talora si sono resi protagonisti di brucianti accelerazioni.
Per l’investitore ci sono però due aspetti rilevanti da non trascurare: il primo è rappresentato dal fatto che l’universo degli emergenti è molto ampio e al suo interno si trovano Paesi molto diversi. Occorre dunque mirare bene per centrare Paese, comparto e aziende giusti in un mondo poco noto, se non a una ristretta cerchia di addetti ai lavori. Il secondo aspetto rimanda alla dinamicità della situazione, nella quale le condizioni delle diverse economie si modificano di continuo, in meglio o in peggio. Serve dunque un approccio che riesca a combinare l’ottimismo basato sui risultati del passato con la cautela e il realismo derivanti dalla consapevolezza delle tante incertezze presenti e all’orizzonte. «La maggior parte delle economie emergenti – spiega Richard B. Hoey, chief economist di Bny Mellon, in esclusiva per Il Sole 24 Ore del Lunedì – ha vissuto una stagione di espansione, ma si trova ora ad affrontare alcune sfide. Le economie dell’Est Europa hanno sofferto a causa della recessione nel Vecchio continente, che ha depresso la domanda delle loro merci. In Asia e in America Latina l’espansione produttiva alimentata dal desiderio di inseguire il boom cinese ha portato a una sovracapacità che adesso pesa sui margini reddituali. Ora ci aspettiamo una buona crescita in Cina, ma non un nuovo boom».
Le incognite sono quindi numerose, appesantite dagli stress finanziari che in Europa si susseguono con un ritmo incalzante. Ma sull’altro piatto della bilancia c’è un fattore positivo di grande importanza: le condizioni accomodanti della politica monetaria praticamente in tutto il mondo: «Questo – conclude Hoey -, unito alle prospettive di un riavvio della crescita nel 2014 in Cina, Europa, Giappone e Stati Uniti, secondo noi porterà un miglioramento della fiducia all’interno dei Paesi emergenti».
Fiducia nelle potenzialità di questa asset class è il termine chiave anche nell’analisi di Carmignac. «Le ultime statistiche – riflette il gestore Xavier Hovasse – sembrano indicare un rimbalzo delle esportazioni da parte dei principali Paesi emergenti. La situazione economica complessiva dell’universo emergente ci pare sana e perfettamente in grado di beneficiare di un’attività statunitense rivitalizzata dall’accordo sul bilancio. Così, nonostante preoccupazioni a breve termine, rimaniamo fiduciosi sul potenziale dei mercati emergenti a lungo termine».
Raiffeisen capital management, all’interno di un’analisi dal taglio più problematico, introduce invece una distinzione di giudizio che riguarda alcune aree geografiche, tra cui il Mercosur. «Il calo abbastanza forte dei prezzi delle materie prime negli ultimi mesi – si legge infatti nell’ultimo report della Casa – suggerisce che i Paesi emergenti esportatori di materie prime (per esempio Brasile, Russia, Cile e Sudafrica) avranno da combattere con una crescita piuttosto debole anche in futuro. Paesi come il Messico, l’India, la Thailandia o le Filippine, d’altra parte, mostrano prospettive di crescita decisamente migliori. Tuttavia questo si rispecchia nei loro mercati azionari, con le rispettive valutazioni superiori alla media, se non addirittura in parte già troppo alte».
Riflessioni che tuttavia non modificano il giudizio degli operatori, in genere positivo sulle prospettive. Significativa la posizione di Amundi, che nelle sue strategie di investimento suggerisce di mantenersi “sovrappeso” sugli emergenti, sia nel comparto del debito sia per l’equity.

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