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Emanuele «Ma in banca non sempre si guadagna». Siamo usciti dall’azionariato della banca perché ce lo chiedeva la legge. Amato lo dice: siamo gli unici interpreti dello spirito della norma

In economia si professa lafferiano, ma soprattutto, dice, «sono uno fuori dal coro. Non faccio parte del sistema bancario e il codice etico che le fondazioni discutono di darsi oggi, noi lo abbiamo nello statuto da dieci anni».
Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma, ex vicepresidente dell’Acri, ex grande azionista di Unicredit è la dimostrazione che la legge in Italia si interpreta e non si applica: la sua Fondazione Roma è uscita quasi completamente da Unicredit, eppure negli ultimi anni non ha mancato di svolgere la propria funzione sul territorio. Negli ultimi cinque anni, quelli della crisi, Fondazione Roma ha registrato proventi per 547,6 milioni (erano 262,3 nel 2001-06), un avanzo di 470,8 milioni (194,7), accantonamenti al fondo attività istituzionali per 306,5 milioni (162,7), accantonamenti al patrimonio netto per 165 milioni (40,7) ed erogazioni per 266,9 milioni (101,1).
Professor Emanuele, Fondazione Roma sembra dimostrare che c’è un futuro per gli istituti conferitari oltre l’investimento in banca…
«Non so se ci sarà un futuro, di certo per noi c’è un presente. Abbiamo chiuso il 2011 con proventi pari a 54,1 milioni di euro che, dopo gli accantonamenti, hanno portato ad un risultato finale di 40,1 milioni di euro».
Fondazione Roma è una delle storiche azioniste di Unicredit. Perché avete deciso di uscire dall’azionariato di Piazza Cordusio?
«Lo impone la legge costitutiva delle fondazioni. E noi abbiamo rispettato la legge».
Vuole dire che altre fondazioni non hanno rispettato la legge?
«Voglio dire che i miei autorevoli colleghi hanno preferito rimanere seduti nei consigli di amministrazione delle banche».
Presidente, le fondazione di origine bancaria nell’ultimo decennio, hanno contribuito alla tenuta del sistema…
«Forse, anche se è tutto da dimostrare, ma la legge è una e dice che le fondazioni devono uscire dalle banche e dedicarsi al welfare».
Quindi tutte le altre fondazioni sono in difetto?
«Giuliano Amato, che ha scritto la prima legge in materia (218/90) — successivamente ripresa dalla legge Ciampi 461/98 — ha dichiarato che gli unici ad aver interpretato il senso della normativa siamo stati noi».
In occasione dell’ultimo aumento di capitale di Unicredit voi non avete sottoscritto. Perché?
«Avevamo lo 0,96 per cento. Non abbiamo sottoscritto perché rispettiamo la legge. Abbiamo esercitato una parte dei diritti vendendo quanto ci serviva per recuperare la liquidità necessaria. Un’operazione senza esborso, che ci ha portato a circa lo 0,50 per cento del capitale di Unicredit».
Un’inezia, considerando le vostre origini.
«Noi nasciamo dal Monte di Pietà e dalla Cassa di Risparmio di Roma, che poi ha fuso la sua azienda bancaria, scorporando la fondazione, con il Banco di Santo Spirito e quindi è diventata prima Banco di Roma e poi Banca di Roma. Da qui Capitalia e Unicredit. Poi, puff!, è finita… È finita la fantapolitica, la fantafinanza».
Perché tanto pessimismo?
«Perché guardo le principali banche italiane e i loro risultati… E poi perché si continua a dire una cosa e fare l’opposto. Tipo: via la politica dalle fondazioni. E chi diventa presidente della Compagnia di San Paolo? L’ex sindaco di Torino…».
Lei dice che è finita, ma Ghizzoni ha appena annunciato 914 milioni di utile nel primo trimestre 2012…
«È finita un’epoca. Le azioni Unicredit erano iscritte nel nostro bilancio 2010 al costo storico di 27,9 euro l’una per un controvalore di 515,6 milioni. Abbiamo svalutato per circa 346,5 milioni, il cui controvalore è stato portato in diminuzione del patrimonio netto. Oggi Unicredit pesa, a bilancio, per circa 170 milioni».
Perché ha svalutato?
«Perché noi crediamo al diritto civile e ne rispettiamo le indicazioni. E con queste prospettive abbiamo svalutato».
Quanto rende l’investimento in Unicredit?
«Nell’anno in corso, come noto, non riceveremo alcun dividendo. L’ultimo dividendo percepito, un anno fa, sullo 0,96 per cento del capitale ammontava a 5,6 milioni di euro».
Da Unicredit 5,6 milioni di euro su un totale di quanto?
«I proventi 2011 sono ammontati a 54,1 milioni, di cui 38,5 milioni derivanti da dividendi e cedole. Poi, oltre ad Unicredit, abbiamo registrato proventi dalla negoziazione di strumenti finanziari non immobilizzati per 7,6 milioni».
Cosa avete fatto di questi soldi?
«L’avanzo è stato destinato per circa 8 milioni ad accantonamenti per la riserva obbligatoria, per circa un milione ai fondi per il volontariato, per 25 milioni alle attività di istituto — di cui 21,9 milioni ai fondi per le erogazioni nei settori rilevanti — e per circa 6 milioni di euro alla riserva per l’integrità del patrimonio. Il fondo di stabilizzazione delle erogazioni si è incrementato di 3,1 milioni passando a 105 milioni. Se a questo aggiungiamo le risorse a disposizione per finalità istituzionali non ancora assegnate si raggiungono 221,7 milioni: pari a 5 anni di attività anche in assenza di avanzi annuali di esercizio».
Quanto rendono i vostri investimenti?
«La nostra gestione finanziaria, da aprile 1999, rende il 3,9% composto annuo, superiore dello 0,2 per cento al benchmark strategico».
E gli altri investimenti?
«Il fondo di tesoreria, con un capitale medio investito di 38,5 milioni, ha reso il 2,9 per cento».
In cosa investe Fondazione Roma?
«Il 45% in obbligazioni di Paesi sviluppati. Il 15% in obbligazioni area euro indicizzate. Il 5% in obbligazioni di Paesi emergenti. Il 30% in azioni. Il restante 5% nel fondo Rendimento assoluto di Sator».
A cosa sono state destinate le vostre erogazioni?
«Il nostro hospice per l’assistenza ai malati terminali, di Alzheimer e di Sla, ospedali, corsi di formazione, scuole, arte e attività culturali. Poi, ricerca scientifica, volontariato e il Mediterraneo. In totale le erogazioni del 2011 hanno sommato 50,1 milioni di euro. Nel mezzo della crisi, ma lontano dalle banche».

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