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Elkann e Marchionne da Monti per il progetto Fabbrica Italia

di Raffaella Polato

MILANO — Troppe voci, in fondo anche troppe dichiarazioni, di conseguenza troppe interpretazioni. Strumentali e non. Sarebbe stato naturale comunque, prima o poi, un incontro a Palazzo Chigi tra il premier e i vertici Fiat: fa parte dei normali rapporti istituzionali tra il governo e il primo gruppo industriale del Paese. È logico a maggior ragione oggi, dopo la ripresa delle speculazioni sul «futuro italiano» del Lingotto. Pur se almeno in parte è solo una coincidenza, che l'appuntamento cada proprio qui: nell'agenda di Mario Monti, John Elkann e Sergio Marchionne — che il presidente del Consiglio l'aveva visto già un mese fa a Washington — erano previsti da tempo.
Mancava la data. Ora che il vortice di impegni internazionali di Monti è un po' meno pressante, e che la fase acuta della nostra crisi economica e di credibilità sembra superata, è fissata pure quella. Venerdì 16 marzo. Ed è facile immaginare i temi: investimenti, fabbriche, lavoro. I piani Fiat-Chrysler, insomma. Che Marchionne ed Elkann confermeranno di nuovo, ribadendo «l'impegno per il Paese» nella «fiducia» che anche il Paese possa tornare a fare la propria parte sulla strada della «competitività».
Tutto questo lo hanno già detto pubblicamente. Lo hanno già detto, soprattutto, al ministro del Welfare. Elsa Fornero ne riferirà al Senato giovedì 15. Ma anche ieri ha ricordato che «le rassicurazioni» ricevute «sugli investimenti in Italia mi sono sembrate del tutto convincenti, e su queste mi baso: so, per bocca del suo presidente e del suo amministratore delegato, che la Fiat non ha intenzione di tagliare nel medio periodo posti di lavoro perché non ha intenzione di chiudere stabilimenti, ma ha anzi l'intenzione opposta, investire». Le chiedono: si aprirà comunque un tavolo? «Vediamo. Non posso anche sapere le intenzioni del presidente (Monti, ndr): io ovviamente sono a sua disposizione».
Quel tavolo non appare però probabile. È una richiesta che viene dal fronte Fiom-Cgil, non condivisa dai sindacati che hanno firmato il contratto di gruppo sul «modello Pomigliano» e che, a loro volta, ribadiscono la fiducia negli impegni presi in cambio dalla Fiat. Impegni che Marchionne ed Elkann ripeteranno davanti a Monti, nella sede più istituzionale possibile. Ricorderanno la Panda già avviata a Pomigliano. Riconfermeranno gli investimenti previsti dal secondo semestre a Mirafiori (destinati a una Fiat e una Jeep), per i quali è tra l'altro scattato il primo passo «propedeutico» con la richiesta di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione (dal 2 aprile). E, se per Melfi e Cassino non ci sono novità sul fronte nuovi modelli («Dipenderà dal mercato»), rimane l'assicurazione: «Non c'è nessun piano di chiusura in Italia». È vero, era stato lo stesso Marchionne — che anche per il 2011 rinuncia a stipendi e bonus Chrysler — a dire al Corriere che due fabbriche potrebbero essere a rischio «in futuro». Ma solo se, nel quadro europeo di sovracapacità produttiva, per Fiat non funzionasse l'operazione-export negli Usa. E qui il numero uno rassicura di nuovo: l'integrazione con Detroit marcia come da programma e «rafforza» il sistema-Lingotto in Italia. La «richiesta» a Monti verrà di conseguenza, pure questa non nuova: il problema-chiusura non si porrà mai se anche il sistema-Italia tornerà a contribuire. Come, l'ha ripetuto alla nausea: «Non voglio incentivi. Voglio solo poter operare in modo efficiente». Ieri sera al programma «Servizio Pubblico» è intervenuto Carlo De Benedetti chiedendo: «Io vorrei sapere cosa la Fiat è disposta a fare per l'Italia».
 

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