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Elezioni Ue, referendum su Renzi

«Le prossime europee saranno un referendum su Matteo Renzi, anche perché è lo stesso premier che le sta impostando così». Fabrizio Rondolino, analista politico e scrittore, vede le scadenza elettorale di maggio come decisiva per il segretario Pd e il suo esecutivo.

E non solo per tacitare, come aveva scritto su Europa, «i tanti piccoli ragionieri chini sulla loro piccola calcolatrice, editorialisti e commentatori, professori e parlamentari, anchor-men ed ex ministri si affollano a spiegare – quasi sempre con simulata e ostentatissima preoccupazione, e sostenendo con squisita ipocrisia di tifare per l’Italia – che lo show di Renzi è, per l’appunto, soltanto uno show».

Domanda. Rondolino, perché Renzi va verso le europee come si va a un referendum?

Risposta. Innanzitutto perché deve scontare un peccato originale, sanare una ferita e cioè quello di essere andato a Palazzo Chigi per la porta di servizio e non con un mandato elettorale.

D. Quello che ancora gli si oppone strenuamente, come abbiamo visto nei giorni scorsi dal ritorno in grande stile di Pier Luigi Bersani.

R. Certamente, perché Angelino Alfano non parla più, forse risucchiato dalla vicende interne del suo Ncd, B. fa un’opposizione debole, gli unici strenui oppositori, Renzi li trova in casa sua…

D. Quelli che lei, in un articolo, ha definito «Pd-Parlamento»…

R. Ovvio, intendo, con questa formula, non i tre milioni che hanno compiuto la loro scelta alle primarie, ma i 400 deputati eletti dalla segreteria Bersani. Questo «Pd-Parlamento», lo si è visto nei giorni scorsi, ha scelto con la legge elettorale uno schema da Prima repubblica democristiana: emendamenti-civetta, voto segreto, franchi tiratori, intese trasversali. Altrettanto chiaro l’obiettivo: logorare il premier e il suo governo, paralizzarne l’attività, e in definitiva dimostrare che tanto meglio di Enrico Letta non è e probabilmente è peggio.

D. In questo, archiviato d’un colpo Gianni Cuperlo, la scena l’ha riguadagnata prepotentemente Bersani che anche domenica era da Fabio Fazio…

R. Il ruolo che va assumendo l’ex-segretario colpisce.

D. In che senso?

R. Nel senso che uno, quando esce da una malattia seria, da un «coccolone» come il suo, di solito torna più buono e più sereno. Viceversa Bersani sembra incattivito da questa convalescenza. Stiamo parlando di una persona che, l’anno scorso, ha perduto le elezioni politiche, il governo che ha tentato di mettere in piedi, il rinnovo del Quirinale, la segretaria del Pd. Uno cioè che ha perso tutto…

D. E che cosa dovrebbe fare?

R. Per buon gusto, per decenza, per «amore della ditta» come direbbe lui stesso, dovrebbe fare una scelta diversa, la scelta della saggezza: dire due o tre cose all’anno e farlo sempre per sostenere il segretario. Questo ruolo di capetto dell’opposizione è patetico, deprimente.

D. Beh però i suoi sembravano non aspettare altro, si sono fatti tutti zitti, gli hanno lasciato il proscenio, a fare le dichiarazioni dure sul passaggio della riforma elettorale: «Renzi dovrebbe ringraziare». Pareva non aspettassero altro.

R. È così, ma nella sinistra interna distinguerei però il ruolo dei Giovani turchi che con Matteo Orfini mi paiono avviati su un’altra strada: hanno accettato Renzi e cercano di ottenerne il meglio possibile.

D. Sì, in effetti tornano fuori Rosi Bindi, Anna Finocchiaro: quasi a rendere plastica la necessità della rottamazione.

R. Ma tutte le reazioni, degli editorialisti, di certi politici, di questi giorni mostrano che c’è una rottura in atto. Documentano la virtù del nuovo: diversamente, se tutti suonassero il piffero e applaudissero, quello di Renzi sarebbe solo trasformismo.

D. Qual è il loro problema? Non s’erano mai sentiti giudizi aprioristi come su Renzi?

R. È quasi un fastidio estetico. Il problema per loro è che Renzi, ove mai riuscisse, sarebbe anche la prova dell’incapacità e dell’inefficienza dei politici che sono venuti prima.

D. La conservazione…

R. Il successo di Renzi costringerebbe tanti commentatori ad ammettere che hanno un’idea della politica sorpassata. Gli Antonio Polito, i Massimo Franco, i Massimo Giannini non certo servi sciocchi dei loro editori, la pensano esattamente così. E d’altra parte la pensano così i Massimo D’Alema o i Marco Follini: concepiscono la politica come tutta giocata dentro il perimetro istituzionale.

D. E se uno se ne discosta è un cialtrone…

R. Un maleducato nella migliore delle ipotesi. E per loro è così. Per migliaia di persone, soprattutto i giovani, Renzi è invece uno che vuol provare a far delle cose.

D. C’è una difficoltà a capire…

R. Come ci fu, nel 1994, per Silvio Berlusconi, che pure è stato diversissimo. Ma, appunto, sono i discorsi di un certo circolo, nel Paese reale si parla d’altro: io incontro sempre più spesso persone che stanno pensando a cosa fare coi cento euro in più che avranno, da maggio, in busta paga che, in una famiglia in cui lavorano in due, sono il doppio.

D. Torniamo alle europee-referendum. Quanto saranno difficili per Renzi?

R. Non poco perché saranno il voto più lontano dalla realtà. Mentre gli Italiani, quando c’è da mandare qualcuno al governo, ci pensano di più, diciamo, per spedire a Strasburgo un personaggio, si fanno pochi problemi. E poi ci sono i partitini, la dispersione, la protesta. Sopra il 30% il referendum-Renzi si può considerare superato.

D. Renzi comunque punterà dritti all’elettorato di Beppe Grillo…

R. Sì, d’altra parte là dentro ci sono tanti voti democrat. È un universo composito, come sappiamo, di origini diverse, un’opinione pubblica volatile che però, quando trova un’opzione più realistica, potrebbe attaccarcisi. E Renzi governa, ora. Per questo il premier recupererà al centro, molto di quel voto che era andato su Scelta civica ma punterà soprattutto agli elettori del M5s. Se lo sfondamento riesce, potrebbe arrivare anche al 35%. Perché no?

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