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Electrolux cambia il piano non ci saranno chiusure solidarietà per non tagliare

ROMA — Non chiusure, ma esuberi. E’ questo il succo del “piano B” che l’Electrolux ha presentato ieri ai sindacati riguardo al futuro dei suoi quattro stabilimenti italiani. La multinazionale svedese, colosso degli elettrodomestici, ha incontrato le parti sociali per fornire dettagli sulla sua nuova proposta. Quella che – archiviato il “piano A” presentato lo scorso dicembre e incentrato sulla chiusura della fabbrica di Porcia (Pordenone) – parla ora di esuberi gestibili attraverso i contratti di solidarietà. Ma non più di chiusure.
Electrolux, secondo fonti sindacali, ha infatti prospettato un programma di investimenti totali per una riqualificazione produttiva pari a 150 milioni per i prossimi quattro anni (2014-2017). Di questi, 32 sarebbero destinati a Porcia, stabilimento per il quale – nella precedente versione – non era previsto nulla, né in termini di soldi, né di idee per il rilancio. L’obiettivo iniziale era quello di trasferire la produzione del pordenonese in Polonia.
Non sarà più così, anche se lo stabilimento subirà tagli produttivi (dai 1.150.000 pezzi oggi prodotti a 800.000) e conseguentemente occupazionali: 316 (298 operai, 18 impiegati) sui 1.100 ora presenti. Riduzioni gestibili attraverso la continuazione dei contratti di solidarietà già in corso, promette però l’azienda. Ai sindacati qualche dubbio in proposito resta: secondo Gianluca Ficco della Uilm, gli esuberi reali saranno 450 perché i conteggi vanno fatti «a legislazione vigente, ovvero con un contratto che prevede 40 ore di lavoro settimanale » e non sui contratti di solidarietà già i corso legati alle 6 ore più 2. Porcia a parte, l’azienda ha presentato anche modifiche al piano industriale previsto per lo stabilimento di Susegana, provincia di Treviso, dove continueranno a prodursi 90 mila frigoriferi della linea “Cairo 3” sui 158 mila che Electrolux aveva preventivato di spostare in Ungheria.
Rispetto al precedente piano, il gruppo svedese ha inoltre rivisto la sua posizione sui tagli al costo del lavoro: non più 5, ma 3 euro l’ora. Uno scarto non più copribile con tagli in busta paga a danno dei dipendenti, come precedentemente previsto, ma compensabili attraverso una decontribuzione dei contratti di solidarietà. Ed è qui che ieri si è fatta sentire l’assenza di un governo che al momento non c’è (l’incontro avrebbe dovuto svolgersi alla presenza dell’ormai ex ministro Zanonato) e che i sindacati chiamano all’appello. «Senza un intervento fiscale sui contributi il piano sarà compromesso», commenta Michela Spera della Fiom Cgil. Il cambio di passo c’è stato, fanno comunque notare i sindacati «e lo hanno conquistato i lavoratori ». «I 150 milioni di investimenti promessi dal piano sono fondamentali», osserva Anna Trovò della Fim Cisl. E anche se alcuni si chiedono se basteranno a garantire il futuro italiano del colosso svedese, la sensazione è che «un mezzo passo giusto sia stato fatto». Ora siamo ad un nuovo «punto di partenza importante e utile per aprire una interlocuzione con il governo cui chiediamo di definire urgentemente le misure necessarie a salvaguardare produzioni e occupazione», ribadiscono Spera e Stefano Zoli della Fiom. La palla passa al nuovo ministro dello Sviluppo economico.

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