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Efta, See o su misura: il rebus degli accordi

Dopo il voto la Gran Bretagna ha davanti tre ipotesi di adesione per evitare l’isolamento
Un divorzio per ricominciare. Ma come? Che cosa faranno gli inglesi dopo l’addio all’Unione europea per non ritrovarsi in un totale isolamento? A parte l’adesione individuale (e non più come membri Ue) all’Organizzazione mondiale del commercio, e forse la conclusione di accordi bilaterali con Paesi del Commonwealth, è probabile che il Regno Unito cerchi di inserirsi in accordi di libero scambio su scala europea.
Innanzitutto Londra potrebbe decidere di tornare a far parte dell’Efta, che aveva fondato ma poi lasciato per aderire alla Comunità europea. Questo ricostituirebbe una specie di mercato unico con i quattro Paesi dell’associazione (Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein), ma di per sé non creerebbe alcuna relazione con i Paesi Ue. Per poter riallacciare i rapporti con Bruxelles, Londra potrà scegliere se aderire, come Norvegia, Islanda e Liechtenstein, anche all’accordo Ue-Efta sullo Spazio economico europeo (See) o stipulare un’intesa ad hoc, come ha scelto la Svizzera. La prima soluzione sarebbe probabilmente la più rapida, in quanto il Regno Unito, come membro Ue, attualmente è già parte del See. Almeno per buona parte del mercato unico europeo, Londra uscirebbe dalla porta ma rientrerebbe dalla finestra See. Dopo 43 anni di matrimonio con l’Unione all’insegna di un rapporto altalenante, la Gran Bretagna si troverebbe però in questo caso sullo stesso piano di Norvegia, Islanda e Liechtenstein, che non hanno mai fatto parte del club europeo. Un’ipotesi che non piace al leader di Ukip, Nigel Farage, mentre il ministro tory Jeremy Hunt sarebbe favorevole a una sorta di «Norway plus» per strappare ulteriori concessioni.
Va detto che i Paesi dello Spazio economico europeo possono competere con gli Stati Ue per aggiudicarsi i finanziamenti in 13 programmi europei. Tutti e tre, per esempio, sono inclusi in Erasmus+, mentre solo Norvegia e Islanda sono in corsa per Horizon 2020. La Norvegia beneficia poi del sistema di navigazione satellitare Galileo e del Programma statistico europeo (Esp). Tutto questo ha però un costo: nel 2015 Oslo ha infatti versato al bilancio Ue un contributo di 774,4 milioni di euro, in aumento rispetto ai 705,2 milioni del 2014. L’Islanda partecipa in tutto a 12 programmi Ue e lo scorso anno ha staccato un assegno da 17,3 milioni, mentre il Liechtenstein aderisce a tre programmi e ha versato 4,5 milioni.
La seconda soluzione seguirebbe il modello “svizzero”: un pacchetto di accordi ad hoc, tra Londra e la Ue, che comprende non solo un accordo di libero scambio, ma anche intese settoriali che coprano tutti i settori di integrazione su cui le parti trovino un’intesa. Anche la Svizzera stacca un assegno al bilancio Ue, che nel 2015 è stato pari a 322,4 milioni, in rialzo rispetto ai 331,2 milioni del 2014.
Se però le parti decidessero di mantenere un sistema più coerente e strutturato di relazioni, che prevedano azioni e procedure comuni, lo strumento migliore sarebbe la conclusione di un accordo di associazione fra la Ue e Londra (regolato dall’articolo 217 Tfue). Un’associazione che sarebbe probabilmente assai diversa da quella conclusa fra Bruxelles e la Turchia e forse più simile a quella “super associazione” che si era stabilita nei più recenti accordi di pre-adesione dei nuovi Stati che si avvicinano all’Unione. In tal caso si potrebbe anche configurare un accordo di (pre) recesso, preliminare a un più definitivo accordo di associazione.
È evidente che le soluzioni “su misura” richiederebbero un negoziato più lungo e litigioso, ma meglio rispetterebbero le dimensioni, l’importanza e l’attuale alto grado di integrazione, dovuto ad anni di piena membership, del partner inglese e potrebbe consentire di continuare a condividere molti aspetti del quadro esistente.
Qualunque sia il modello prescelto, il problema sarà però il contenuto dei futuri accordi che dovranno regolare il recesso britannico. Agli inglesi interessano notoriamente la circolazione dei capitali, dei servizi finanziari e delle imprese. Sulla circolazione delle merci da sempre considerano inutile l’armonizzazione degli standard di sicurezza e qualità dei prodotti: nella stampa d’Oltremanica abbondano luoghi comuni su una Ue che misura la lunghezza delle zucchine. La circolazione delle persone, poi, è qualcosa a cui sono diventati decisamente ostili ed è stata proprio una delle cause della crisi di rigetto. Ma in ogni negoziato bisogna essere d’accordo in due e il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, la scorsa settimana ha già chiarito che su un aspetto non si tratta: Londra non avrà un accesso su misura al mercato interno. Comunque vada, la strada si preannuncia in salita.

Chiara Bussi
Lucia Serena Rossi

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