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Effetto voto, cadono le Borse Milano la peggiore, meno 3,8%

MILANO — Pessimo avvio di settimana per i mercati europei, spaventati dall’incertezza politica dopo il primo turno delle elezioni presidenziali in Francia e le improvvise dimissioni del governo in Olanda. Ma al crollo delle Borse ieri hanno contribuito anche le ultime cattive notizie sullo stato di salute dell’economia dell’eurozona.
L’indice paneuropeo Stoxx 600 è sceso dell’2,34%, «bruciando» 159,5 miliardi di capitalizzazione. L’ansia degli investitori ha contagiato anche il mercato del reddito fisso, con lo spread tra il Btp decennale e il Bund tedesco a 10 anni tornato di nuovo intorno a quota 410 punti. Il bollettino di fine giornata non salva nessun listino. A Milano, maglia nera d’Europa, il Ftse Mib ha perso il 3,83% e il Ftse All-Share il 3,61%; Londra ha ceduto l’1,85%; Francoforte il 3,36%; Parigi il 2,83%, Madrid il 2,76% e Amsterdam il 2,5%. Segni negativi anche a Wall Street, dove il Dow Jones ha chiuso in calo dello 0,78%, mentre il Nasdaq ha perduto l’1%.
In Francia l’exploit di Marine Le Pen potrebbe portare Hollande e Sarkozy su posizioni più estreme per conquistare al ballottaggio i voti di un Fronte nazionale dichiaratamente contro l’euro. Il favorito Hollande ha già promesso che rinegozierà il Trattato Ue per aggiungere la parte che manca sulla crescita, mentre il presidente uscente potrebbe abbandonare l’asse con Berlino, che ha messo al centro dell’Europa il rigore e disciplina di bilancio. Ma un attacco contro la politica di austerità è venuto anche dai Paesi Bassi, dove il premier Mark Rutte si è dimesso perché l’alleato di estrema destra, Geert Wilders, ha fatto mancare all’esecutivo il sostegno sulle misure per far rientrare il deficit olandese. Un altro segnale negativo per il risanamento dei conti pubblici europei. E subito si è diffusa la voce che anche l’Olanda ora potrebbe perdere la tripla A, lasciando al Germania sempre più sola.
Inevitabile il contraccolpo sul mercato del reddito fisso, con una fuga degli investitori verso i titoli di Stato tedeschi, considerati l’ultimo baluardo per salvare il capitale in questa crisi infinita dei debiti sovrani. Così ieri i Bund decennali hanno registrato il minimo storico dalla nascita dell’euro con un rendimento dell’1,63%, mentre finivano sotto pressione non solo Bonos e Btp, ma anche i titoli di Stato francesi e olandesi. Il differenziale tra gli Oat decennali e i Bund a 10 anni nel pomeriggio è salito fino a 147 punti, con un rendimento del 3,10%. La forchetta dei titoli di Stato olandesi si è allargata a 77 punti, con un rendimento del 2,42%. Peggio è andata ai Bonos, il cui rendimento ha superato la soglia critica del 6% e lo spread è salito a 438 punti. Il differenziale dei Btp decennali ha invece toccato un massimo di 423 punti per poi scendere intorno a 410 punti, con un rendimento del 5,73%. «È ovvio che lo spread deriva in parte da cose che possiamo fare noi e in parte da cose che succedono fuori dall’Italia. Questo è un momento turbolento fuori dal Paese e non aiuta», ha detto il ministro per lo Sviluppo economico, Corrado Passera.
A innervosire gli investitori, oltre alla politica hanno contribuito i segnali dell’inasprimento della recessione in Europa. L’indice Pmi sull’attività economica dell’eurozona, calcolato da Markit, ad aprile è scivolato a 47,4 punti dai 49,1 di marzo, il minimo da 5 mesi, contro l’attesa di un aumento a 49,3 punti (in Germania ha toccato il minimo da oltre due anni), e sono in caduta sia l’indice dei servizi che quello manifatturiero. La Banca centrale spagnola ha inoltre reso noto che Madrid è tecnicamente in recessione: nel primo trimestre l’economia si è contratta dello 0,4% sul trimestre precedente (chiuso in flessione dello 0,3%) e dello 0,5% su base annua. E non ha rassicurato l’indicazione di Eurostat che nel 2011 i Paesi dell’eurozona hanno ridotto il proprio deficit al 4,1% del Pil rispetto al 6,2% del 2010, poiché l’anno scorso il debito complessivo dell’area della moneta unica è cresciuto all’87,2% del Pil dall’85,3%. In entrambi i casi è più di quanto prevedono i trattati europei.

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