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Effetto tassi, BoT più chiesti dei Bund

L’ultima giornata finanziaria ha dato due verdetti. Da un lato la fine, dopo cinque anni, dell’era del quantitative easing (la Federal Reserve ha annunciato la fine degli stimoli monetari). Dall’altro il differente appeal tra titoli di Stato italiani e tedeschi. I primi sono andati “a ruba” in asta, mentre i secondi sono stati parzialmente invenduti. Come mai? La risposta è fin troppo semplice e risiede nella differenza dei tassi offerti agli investitori. Il Tesoro italiano ha collocato 6,5 miliardi in BoT semestrali con un rendimento schizzato allo 0,379% dallo 0,232% del mese scorso, tornando indietro di 5 mesi. Il rialzo ha invogliato all’acquisto, visto che il titolo è stato richiesto per oltre 11,2 miliardi di euro e il rapporto tra domanda e offerta (1,73) si è confermato vicino ai massimi del 2014. Berlino, invece, ha fatto fatica a collocare 4 miliardi in Bund a 10 anni al tasso minimo storico dello 0,87%. Tanto che l’asta è risultata tecnicamente scoperta (ne sono stati venduti 3,264 miliardi). Come già accaduto in altre occasioni la parte invenduta è “sospesa” in una sorta di conto vendita della Bundesbank in attesa di essere collocata a breve sul mercato secondario. Al di là delle tecnicalità i mercati hanno dimostrato ancora una volta che sono a caccia di rendimenti e che l’Italia è appetibile. Ma va notato che la risalita dei tassi, peraltro in un contesto di deflazione che fa crescere il costo reale del debito, rischia di essere un problema dato che alla lunga un Paese non può sostenere il pagamento di tassi di interesse reali superiori al tasso di crescita del Pil (o di decrescita, dato che l’Italia rischia la recessione anche nel 2014). Sul mercato secondario, invece, è stata una giornata piatta. Lo spread tra BTp e Bund ha chiuso in lieve calo 161 punti. In calo anche il rendimento, pari al 2,5% rispetto al 2,54% dell’ultimo riferimento. Resta alto però il differenziale con la Spagna (36) punti con i Bonos che hanno chiuso al 2,14%. Se i BTp hanno vissuto una giornata tranquilla, lo stesso non si può dire per Piazza Affari. Dopo una giornata contrastata il Ftse Mib ha accelerato al ribasso nell’ultima ora di scambi chiudendo a -1,64%, il peggiore calo in Europa (seguito dal -1,41% di Madrid). Sul listino milanese, per sua natura banco-centrico, ha pesato la retromarcia dei big dello sportello: da quelli di medie dimensioni, Banco Popolare -5,56% e Bpm -5,49%, alle large cap quali Intesa SanPaolo -4,01% e Unicredit -4,66%. Più profonda la flessione di Mps -8,23% che ha segnato il nuovo minimo storico a 0,7255 euro. La capitalizzazione della banca senese viaggia a 3,7 miliardi di euro, valore ampiamente inferiore ai 5 miliardi dell’aumento di capitale concluso lo scorso luglio. Su Mps pesa l’incertezza legata alla misure che la banca dovrà prendere per colmare il gap patrimoniale di 2,1 miliardi emerso dagli stress test. Mercoledì nero per Stm -10%, tornata in utile nel terzo trimestre ma penalizzata dalle stime sul quarto. Dal lato dei rialzi, gran balzo di Fca 12,77%: il Lingotto ha annunciato lo scorporo di Ferrari che sarà successivamente quotata a New York e in un altra Borsa europea.
Quanto alle valute, l’euro è passato da 1,276 dollari a 1,264 in pochi minuti dopo l’annuncio dello stop agli stimoli della Fed. Segnale che il tapering (fine delle iniezioni monetarie della banca centrale americana) non era del tutto archiviato dagli investitori.

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