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Effetto spread e previdenza, i timori sul deficit al 3%

Non bastassero la sentenza della Consulta sulle pensioni, e la probabile bocciatura Ue del nuovo regime Iva nella grande distribuzione, anche l’andamento dei tassi di interesse, dovuto alla perdurante crisi della Grecia, comincia a minacciare i conti italiani. Che già quest’anno rischiano di sforare il tetto del deficit al 3% del Prodotto interno lordo, facendo ripiombare l’Italia nella procedura di infrazione europea.
Il Documento di economia e finanza appena trasmesso a Bruxelles è costruito sull’ipotesi di un differenziale tra tassi sui titoli di Stato italiani e tedeschi di 100 punti base (il livello medio delle settimane precedenti l’elaborazione del documento), ma da alcuni giorni lo «spread» è in tensione, stabile sui 130 punti base. Secondo Bankitalia un aumento del differenziale di 100 punti base comporterebbe una maggior spesa di 3 miliardi nel primo anno, 6 nel secondo e 8 a regime. Se lo «spread» si stabilizzasse al livello attuale, dunque, si avrebbero maggiori esborsi per interessi di circa un miliardo quest’anno, 2 il prossimo e poco più dal 2017.
Il rischio «tassi» è reale, ma ancora marginale in questa fase. Preoccupa come il possibile cambiamento delle altre variabili su cui sono costruiti i conti dei prossimi anni, che vedono il petrolio a 57,4 dollari al barile e il cambio euro-dollaro a 1,07 da qui al 2018. Come previsto dalla metodologia Ue, anche se una simile stabilità dei prezzi è inverosimile, come ha sottolineato anche il presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro.
Ben più allarmante è il quadro determinato dalle nuove emergenze, prima tra tutte la sentenza della Consulta. I primi contatti con Bruxelles avrebbero gelato il sangue nelle vene dei tecnici del governo. Secondo le prime indicazioni Ue, tutto il costo della sentenza, si parla di 9-10 miliardi per il pregresso e 5 per quest’anno (e i successivi) dovrebbe scaricarsi sui conti del 2015. Che è l’anno in cui emerge l’obbligazione al pagamento, e al quale, per competenza, andrebbe imputata tutta la spesa. Una prospettiva ben peggiore di quella valutata dal governo, dove la spesa degli anni passati si sarebbe potuta scaricare sui conti di quegli stessi anni, con la sola conseguenza di un aumento del debito.
Se passasse la linea Ue, quest’anno il tetto del 3% sarebbe seriamente a rischio. Il deficit tendenziale previsto dal governo è al 2,5% del Pil, il che lascia appena 8 miliardi di margine sui conti del 2015, comprensivi del «tesoretto» da 1,7, che a questo punto sparisce. Con questa somma si dovrebbero coprire le pensioni, la probabile bocciatura del regime Iva nella grande distribuzione (un altro miliardo), ed eventuali altre evenienze negative. È vero che sull’altro piatto della bilancia c’è il gettito del rimpatrio dei capitali, ipotecato solo per 800 milioni, ma potrebbe non bastare. Pur restando sotto il 3%, la copertura del buco pensioni potrebbe infrangere la regola della spesa. E riaprire, anche così, le porte della procedura d’infrazione Ue.

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