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Effetto Siria, petrolio ai massimi da due anni

Difficilmente si tornerà indietro. Un intervento armato contro la Siria è un’ipotesi che pochi si sentono ormai di escludere, considerata l’escalation verbale da parte delle potenze occidentali e di molti Paesi arabi. E tra quanti si preparano alla guerra ci sono anche gli investitori, che negli ultimi due giorni sul petrolio hanno cominciato a scommettere forte.
Il greggio di riferimento statunitense, il West Texas Intermediate (Wti), si è spinto ai massimi da due anni: 112,24 dollari al barile nel corso della seduta di ieri. Livelli, tanto per intendersi, paragonabili a quelli toccati ai tempi della guerra civile in Libia. L’europeo Brent, il cui prezzo fa oggi da benchmark per due terzi degli scambi di petrolio mondiali, si è intanto arrampicato fino a quota 117,34 $, un picco che non vedeva da sei mesi. Le quotazioni di entrambi i riferimenti si sono poi raffreddate nel corso della giornata, in parallelo al recupero di Wall Street, ma il barile ha comunque concluso con un nuovo rialzo, dopo il +3% di martedì: il Wti ha chiuso a 110,10 $ (+1%), il Brent a 116,61 $ (+2%). E potrebbe non essere ancora finita. Secondo Société Générale il greggio europeo rischia di salire, sia pure «brevemente», addirittura fino a 150 $ – prezzo che segnerebbe un record storico, superiore ai 147 $ dell’estate 2008 – se l’attacco alla Siria provocasse ripercussioni in altre aree del Medio Oriente. Non necessariamente un’estensione del conflitto. Basterebbe un’inasprimento della situazione in Iraq, altro Paese segnato da una profonda divisione tra sciiti e sunniti, in cui già da tempo si stanno moltiplicando violenze e attacchi spesso mirati proprio alle infrastrutture petrolifere.
Anche nello scenario base, quello di una guerra lampo, gli analisti della banca francese ritengono comunque che il Brent salirà ancora, fino a 120-125 dollari. Le quotazioni dovrebbero comunque ridiscendere abbastanza in fretta, persino se il conflitto si estendesse, perché in tal caso l’Arabia Saudita pomperebbe più greggio per sopperire alle forniture mancanti e, caso di gravi difficoltà, l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) potrebbe coordinare un rilascio di riserve strategiche da parte dei Paesi Ocse.
Le previsioni di SocGen trovano conforto nella storia. Il maggiore ribasso che sia mai stato registrato sui mercati petroliferi – 10,9 dollari in meno in una sola seduta – risale al 17 gennaio 1991, il giorno in cui iniziò la prima Guerra del Golfo. Mentre l’aviazione americana sganciava le prime bombe sulle postazioni di Saddam Hussein in Kuwait e Iraq, l’Aie inondava il mercato di petrolio delle riserve strategiche.
In generale, con o senza interventi dell’Aie, la reazione classica del petrolio in caso di conflitti è di un rialzo dei prezzi(più o meno forte a seconda dell’area geografica coinvolta) nel periodo che precede le ostilità, seguito da una discesa quando poi l’attacco si verifica davvero. Nei primi tre giorni dell’intervento Usa del 2003 in Iraq, ad esempio, il greggio perse oltre il 4 per cento.
Il rally di questi giorni ha senz’altro una componente emotiva, con gli investitori influenzati in parte anche da report tutto sommato allarmisti come quello diffuso da Société Générale. Del resto, la Siria è stata cancellata già da un paio d’anni dalla geografia del petrolio. Le sanzioni internazionali hanno azzerato le sue esportazioni, che comunque ammontavano a non più di 150mila barili al giorno, diretti quasi tutti in Europa, e ridotto la sua produzione ad appena 50mila bg, dai precedenti 370mila (che rappresentavano già un’inezia in confronto a un’offerta globale di circa 92 milioni). Anche gli interessi delle major petrolifere nel Paese sono molto scarsi: solo Shell e Total vi erano presenti, cosa che aiuta tra l’altro a spiegare la reazione positiva dei titoli petroliferi in Borsa, legata all’apprezzarsi del greggio e non ostacolata da timori legati a un eventuale attacco contro Damasco.
«La Siria – osserva Julian Jessop di Capital Economics – non è un grande produttore, com’era invece la Libia. E non rappresenta neppure un importante luogo di transito per il petrolio e il gas, come l’Egitto. La preoccupazione riguarda soprattutto il rischio che un intervento occidentale possa scatenare un conflitto regionale più ampio».
Se sotto i riflettori c’è oggi soprattutto la Siria, non bisogna poi dimenticare le altre – ben più concrete – difficoltà che turbano i mercati petroliferi. Proprio in Libia scioperi e proteste stanno di nuovo paralizzando la produzione, che secondo Tripoli si è ridotta ad appena 200mila barili al giorno, come ai tempi della guerra civile. In Nigeria, intanto, furti e sabotaggi sistematici hanno spinto l’output fino a 1,9 milioni di barili al giorno quest’estate, il minimo da 4 anni.

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