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Effetto Merkel sui listini, sale lo spread

di Vittorio Carlini

Il mercato, inesorabile, ha mandato il suo messaggio. Giusto o sbagliato che sia. Lo stesso, seppur con minor forza, inviato già lunedì scorso: il bicchiere della strategia salva-euro varato a Bruxelles è mezzo vuoto. La riprova? L'andamento della seduta di ieri. In avvio i listini, tra uno uno scossone all'insù e uno all'ingiù, erano comunque improntati all'ottimismo. Una positività conseguenza di cocktail ben preciso.
In primis, c'era stato il buon esito dell'asta sul debito pubblico spagnolo: Madrid ha collocato più titoli del previsto (4,9 miliardi) con i rendimenti in calo (4,05% sulla scadenza annuale). Poi, quasi in contemporanea, era arrivato l'indice sulle aspettative dell'economia di Berlino: lo Zew, battendo le stime degli analisti, è salito a -53,8 punti. Infine, buone nuove erano giunte dal Fondo salva-Stati: l'Efsf ha collocato bond a 3 mesi per 1,972 miliardi di euro (la domanda è stata tre volte l'offerta), riuscendo a strappare un tasso medio dello 0,222%. Insomma, il mix di eventi era positivo. Tanto che i listini del Vecchio continente avevano imboccato la via del rimbalzo: nel primo pomeriggio Piazza Affari (+1,44%) era la migliore, seguita ad una incollatura da Francoforte (+0,76%) e Londra (+0,75%). Un po' più staccata, invece, Parigi (+0,25%).
La Merkel e l'euro
Tutto bene, quindi? Non proprio. Verso 16.20, dopo l'avvio positivo di Wall Street, la Reuters ha rilanciato in rete la posizione di Berlino: il cancelliere Angela Merkel ribadisce il suo «no» a rafforzare oltre 500 miliardi la dotazione dell'Esm, il Fondo salva-Stati (anticipato al 2012) che prenderà il posto dell'Efsf.
Ebbene, su questa notizia (peraltro già nota), l'euro è crollato: in pochi minuti è passato da 1,3203 verso il dollaro a 1,3089. A loro volta, in un meccanismo ormai noto di «risk off» (via dal rischio), i listini azionari da un lato sono scivolati; dall'altro, gli spread tra i titoli dei Paesi periferici dell'Ue e Berlino sono saliti.
Il differenziale tra il BTp decennale e il Bund, per esempio, ha accelerato verso l'alto per chiudere a 461 punti base (+11,5 centesimi). Anche quello spagnolo ha ripreso fiato, pur fermandosi a quota 363: cioè in ribasso di 7 centesimi rispetto a lunedì. Più contenuta, invece, la riduzione dello spread di Parigi (-2,7 centesimi a 122 basis point). In un simile contesto, alla fine, fatta eccezione per la City (+1,07%), le Borse del Vecchio continente hanno dovuto archiviare la seduta sotto la parità.
Piazza Affari (dove UniCredit ha comunicato l'intenzione di rimborsare in anticipo, a gennaio 2012, due prestiti obbligazionari in dollari per un valore complessivo di 1,2 miliardi) ha perso lo 0,31 per cento. Il Cac 40 parigino, dal canto suo, ha lasciato sul parterre lo 0,36%, l'Ibex spagnolo lo 0,74 mentre il Dax tedesco è sceso dello 0,23 per cento.
Insomma, nonostante le buone notizie dalle aste e pure dall'economia i listini hanno pagato dazio. Gli investitori hanno dato più peso ai rumors sulla Merkel che ai dati oggettivi. Tanto che la domanda sorge spontanea: per quale motivo?
Ieri, tra le sale operative e gli esperti, si poteva cogliere un fil rouge: l'accelerazione sugli accordi intergovernativi per l'unione fiscale è sì importante, ma essenziali sono due altri aspetti. Il primo è la potenza di fuoco del Fondo salva-Stati: 500 miliardi appaiono insufficienti. Il secondo, più importante, è il raggio d'azione della Bce: troppo limitato. L'Eurotower, forte di un differente mandato, dovrebbe poter essere prestatore (o acquirente) di ultima istanza, al fine di stoppare le vendite che colpiscono il debito dei Paesi periferici dell'Ue.
Wall Street e la Fed
Ma ieri, ovviamente, non è stata solo Europa. C'era anche attesa per la riunione della Fed. Come previsto, nell'ultimo meeting dell'anno, i tassi sono rimasti invariati tra lo 0 e lo 0,25 per cento. Il presidente della riserva federale Ben Bernanke ha poi confermato l'intenzione di varare «misure aggiuntive» per aiutare l'economia Usa. Wall Street, già innervosita dalle parole di Berlino e dai dati non positivi sulle vendite al dettaglio, ha reagito male al mancato richiamo esplicito sul QE3: l'S&P500 ha chiuso in calo dello 0,87% mentre il Nasdaq ha perso l'1,26 per cento.

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