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Effetto liquidità con i pagamenti a 60 giorni

Direttiva pagamenti al banco di prova. A due settimane dall’entrata in vigore della legge che impone nuovi tempi di saldo delle fatture tra imprese o tra Pa e imprese, in realtà la partita è tutta da giocare. Gli imprenditori chiedono chiarezza su aspetti della norma ancora da definire e dall’Europa giunge l’invito a correggere le incertezze del decreto. Come dichiarato dal vicepresidente della Commissione Ue, Antonio Tajani (si veda Il Sole 24 ore del 3 gennaio scorso), diversi sono i punti da rivedere: innanzitutto i tempi, che per la Pa devono essere di 30 giorni, fatta eccezione nei casi previsti dalla norma, ma, tra gli altri, anche il recupero crediti che dovrebbe avere procedure accelerate indipendentemente dal valore del debito. I dubbi delle imprese riguardano anche la messa in mora di chi è inadempiente: nonostante l’automatismo previsto dalla legge, infatti, è difficile immaginare che un imprenditore fatturi gli interessi a un cliente affrontando il rischio di perderlo. A ciò si aggiungano le ridotte possibilità di applicazione della norma da parte della pubblica amministrazione, che difficilmente sarà in grado di onorare gli impegni nei tempi previsti.
Superando le difficoltà legate alla mancanza di fondi o all’imprecisione di alcuni aspetti del decreto, e immaginando l’immediata applicazione dei nuovi termini di pagamento, i risultati della simulazione dell’impatto della direttiva sulle imprese regala qualche sorpresa. In linea generale, la standardizzazione dei pagamenti a termini più europei porterebbe un generalizzato miglioramento delle condizioni di rischio del sistema industriale, una superiore prevedibilità e programmabilità dei movimenti finanziari e un maggiore equilibrio finanziario.
Come risulta però dall’Analisi dei settori industriali, redatta da Prometeia e Intesa Sanpaolo, «per le imprese industriali con più di 2 milioni di euro di fatturato l’allineamento dei tempi medi a 60 giorni comporterebbe una riduzione consistente dei crediti commerciali, e quindi dei fabbisogni da circolante, pari al 10,7% del valore della produzione, solo di poco inferiore alla riduzione del sostegno finanziario ottenuto dai fornitori, pari al 12,3%, con un effetto netto lievemente negativo sulla situazione finanziaria media delle imprese». In sostanza, nella situazione attuale, condizionata da un mercato drogato da patologici ritardi nei pagamenti, l’applicazione della regola avrebbe in media un costo per le imprese, escludendo le piccolissime, piuttosto che un beneficio.
«L’impatto delle novità sulle attività del Paese – spiega Fabrizio Guelpa, responsabile ufficio studi Industry di Intesa Sanpaolo – variano in base alla dimensione dell’impresa, al settore di attività o al tipo di mercato in cui opera. Chi esporta, è il caso della meccanica, incassa in tempi mediamente veloci, ma in Italia paga i fornitori con tempi più dilazionati. Beneficia quindi di bassi crediti commerciali e gode di debiti con i fornitori dilazionati nel tempo. Con l’applicazione della direttiva, invece, queste imprese saranno costrette a pagare nei tempi previsti, registrando quindi un peggioramento della propria situazione finanziaria». Grandi vantaggi, invece, per il settore della farmaceutica che, incassando prima dalla pubblica amministrazione, beneficerebbe di minori fabbisogni finanziari netti pari al 10,9% del valore della produzione.
Valutando l’impatto in base alla dimensione, si registra uno svantaggio per le imprese che hanno un fatturato oltre i 50 milioni, a tutto vantaggio delle Pmi.
«Le imprese di dimensione più ridotta – aggiunge Guelpa – ricaverebbero un leggero beneficio da un allineamento dei tempi di pagamento a 60 giorni, con minori fabbisogni netti compresi tra lo 0,5 e l’1% del valore della produzione».
Data la presenza di molte grandi imprese, sono penalizzati invece alcuni settori specifici, come quello dell’automobile e degli elettrodomestici.

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