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Effetto Fed sui Treasury: rendimenti in volata

Il balzo dell’inflazione Usa rafforza l’ipotesi di stretta monetaria: il tasso decennale a 2,50%
Lo sguardo degli operatori, ieri, era ancora indirizzato verso gli Stati Uniti. È lì, infatti, che si sta giocando un’importante partita per il futuro prossimo dei mercati. Certo: in Europa, al di là degli andamenti giorno-dopo-giorno, la variabile politica mantiene nella morsa i listini. Il timore per le elezioni in Francia (e quelle anticipate in Italia) è un sentimen t di fondo destinato a durare.
Ciò detto, però, l’attesa per le mosse della Fed occupa la mente degli investitori. Già due giorni fa Yanet Yellen aveva indicato chiaramente che la seconda stretta sul costo del denaro è imminente (probabilmente in marzo). Nell’ultima seduta i dati macro degli Stati Uniti hanno rafforzato ulteriormente l’ipotesi. L’inflazione Usa di gennaio, nel suo maggiore scatto dal febbraio 2013, è salita dello 0,6%. Si tratta di un dato, superiore al consensus che stimava l’aumento dello 0,3%, il quale inevitabilmente «agevola» il presidente della Fed nel perseguire l’aumento dei tassi.
Della situazione se ne è «accorto» immediatamente il Treasury decennale. Il rendimento del governativo americano è balzato verso l’alto, arrivando intorno al 2,50%. Il motivo? Duplice: in primis i prezzi al consumo (l’inflazione) costituiscono uno dei due indicatori (l’altro è il tasso di disoccupazione) che la Riserva federale monitora per indirizzare la sua politica monetaria. Quindi, a fronte della sua salita, gli investitori, scommettendo sulla stretta monetaria, vendono in attesa di emissioni con rendimenti maggiori. Oltre a ciò, poi, c’è il fatto che l’inflazione costituisce una «parte» dello stesso yield. Di conseguenza gli operatori, di nuovo, cedono i bond sempre sperando in futuri maggiori rendimenti.
Lo scenario sarà quello prospettato? Molto probabile. Seppure non può scordarsi la variabile costituita dal presidente Usa Donald Trump. L’ex presentatore di «The apprentice», lo ha detto più volte, vuole un dollaro debole. Il rialzo dei tassi, invece, è una mossa che fa a pugno con quest’obiettivo. Quindi, al di là del prossimo ritocco all’insù dato da molti per scontato, la partita della politica monetaria (e dell’indipendenza della Fed dalla Casa Bianca) è tutta da giocare.
Già, giocare. Quali invece le strategie degli investitori ieri sui listini europei? A ben vedere tutte le principali Borse del Vecchio continente si sono mosse poco. L’Euro Stoxx 50 ha chiuso in salita dello 0,5%. Londra (+0,47%) Parigi (+0,59%) e Francoforte (+0,19%) hanno seguito a ruota l’indice paneuropeo. Unico mercato in rosso? La nostra Piazza Affari (-0,69%) che ha subito il calo del settore assicurativo (-1,55%) di quello delle utilities (-1,1%) e dell’Oil&Gas (1-17%). Proprio l’ultimo comparto indicato potrebbe essere stato negativamente influenzato dal dato sulle scorte Usa di petrolio. Queste, infatti, sono cresciute molto oltre il previsto. Un evento chiaramente ribassista per le quotazioni dell’oro nero. In realtà i prezzi, sia del Brent che del Wti, sono rimasti piuttosto indifferenti. Il primo è arrivato in serata a 55,8 dollari al barile mentre il secondo si è assestato a quota 53,8.
Dal mondo di Borse e commodity al reddito fisso di Eurolandia. Su questo fronte lo spread BTp-Bund ha archiviato la giornata a 187 punti base, di fatto invariato rispetto al due sedute fa. Analogo l’andamento della differenza di rendimento tra Madrid e Berlino che è rimasto «fisso» all’1,3%. Lo stesso spread di Parigi, dopo la fiammata della scorsa settimana, è per rientrato. Tutto rose e fiore, quindi? Ovviamente la situazione è più complessa. All’orizzonte, giorno dopo giorno, si concretizza il timore dell’eventuale vittoria in Francia della destra di Marine Le Pen. Senza dimenticare, poi, lo «psicodramma» all’interno del Pd in Italia che può portare alle elezioni anticipate. Un mix insomma, cui deve aggiungersi l’imminente riduzione dell’ammontare degli acquisti mensili di asset da parte della Bce, il quale da un lato renderà più volatili i titoli di Stato. E, dall’altro, crea dubbi sulla tenuta dell’euro. Quella moneta unica che ieri, dopo aver toccato 1,05 verso il dollaro, si è ripresa un po’ arrivano oltre 1,06.

Vittorio Carlini

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