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Effetto Fed: euro e Borse tornano a correre

Il giorno dopo l’appuntamento di Washington sono ancora le decisioni adottate dalla Federal Reserve a tenere banco sui mercati finanziari. La mancanza dell’atteso colpo d’acceleratore sulle manovre di rientro dalla politica monetaria estremamente accomodante della Banca centrale statunitense (il cosiddetto «tapering») è stata accolta con favore dagli investitori, che in Europa hanno acquistato azioni e titoli di Stato e hanno continuato a vendere dollari. Con il risultato di riportare vicini ai massimi storici o pluriennali i listini del Vecchio Continente (Wall Street, debole ieri, aveva già avuto modo di festeggiare con nuovi record la sera precedente subito dopo la conferenza stampa del presidente Fed, Janet Yellen) e di rafforzare l’euro.

La valuta comune è sotto questo aspetto la grande «sconfitta» dal responso Fed: a conti fatti, con il recupero delle ultime 24 ore oltre quota 1,36 dollari, il deprezzamento indotto dalla svolta della Banca centrale europea (Bce) di Mario Draghi a inizio giugno si è praticamente annullato, con ovvie conseguenze per le aziende esportatrici dell’Eurozona. Dei numerosi fattori che contribuiscono a mantenere l’euro forte a dispetto della volontà dei Governi dell’area – dall’atteggiamento di politica monetaria meno espansivo della Bce rispetto alle «concorrenti», alla capacità europea di attirare flussi di investimento dall’estero, passando per i temi delle riserve valutarie e della disomogeneità del quadro politico europeo – si parla in modo più approfondito nell’articolo a fianco. Resta il fatto che neppure dati macroeconomici migliori delle attese negli Stati Uniti (almeno per quanto riguarda l’attività manifatturiera nella regione di Philadelphia) sono stati ieri in grado di invertire la tendenza cedente del dollaro (e il conseguente rafforzamento dell’euro).
Tornando ai mercati azionari, Piazza Affari ha registrato ieri la miglior performance in Europa con un rialzo dello 0,85%, nonostante la giornata incerta dei titoli del settore finanziario, ma gli acquisti sono piovuti un po’ su tutti i listini del Continente. Stessa storia per i titoli di Stato, con i rendimenti in discesa tanto per la «periferia» (il BTp decennale è di nuovo al 2,80%, quello del Bono spagnolo al 2,71%) quanto per la Germania (Bund all’1,32%) e spread praticamente invariato a 148 punti base. E i riflessi si sono visti anche sui mercati dei preziosi e delle materie prime: grazie al possibile slittamento del rialzo dei tassi Usa e anche all’indebolimento del biglietto verde, l’oro è per esempio balzato ai massimi da 2 mesi oltre quota 1.300 dollari l’oncia e l’argento si è riportato sui livelli di marzo sfiorando 21 dollari.
Gli investitori sembrano insomma aver dato più peso ad alcune considerazioni da «colomba» di Yellen, che manterrà i tassi su livelli bassi per un periodo «considerevolmente lungo» anche dopo aver terminato la fase di acquisti di bond, rispetto alle previsioni della stessa Fed. Quest’ultima, oltre ad aver abbassato le stime di crescita per l’anno in corso ha infatti rivisto al rialzo le proiezioni sui tassi per il 2015 rispetto a marzo. Il tutto con il risultato di ridurre ulteriormente quella volatilità sui mercati che già viaggia ai minimi dal 2007 (il popolare Vix, che misura la volatilità attesa sull’indice S&P 500, resta poco sopra quota 10 punti) e di intensificare le scommesse a senso unico degli operatori.
«Le parole di Yellen – sottolinea Luke Bartholomew, gestore di Aberdeen Asset Management, ancora a proposito dell’esito della riunione di due giorni fa – sembrano incoraggiare gli investitori a rendersi conto che c’è incertezza sulla strada della ripresa economica e per questo il mercato non dovrebbe essere così compiacente, ma per ironia della sorte sono le stesse politiche delle banche centrali a continuare ad alimentare quel crollo della volatilità che ora non fa certo loro piacere». Un paradosso vero e proprio, insomma, e potenzialmente anche sempre più pericoloso più il tempo passa.
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