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Effetto Fed e Bce, tassi sui minimi in Europa

Leggere i fondi di caffè delle banche centrali. In particolare di Bce e Fed. Per poi, concretamente, ipotizzare i loro passi futuri. È stato questo, ieri, il principale esercizio dei mercati. I quali, con in mano le minute delle ultime due riunioni degli istituti centrali (quello della Federal Reserve già da mercoledì notte), hanno fatto le loro mosse.
Così, nel mondo dei titoli di Stato, è proseguito il calo dei rendimenti. Il governativo decennale francese, secondo il terminale Bloomberg, ha chiuso con un rendimento allo 0,8%. Cioè, praticamente sui minimi degli ultimi tre mesi. Situazione analoga in quel di Berlino: il tasso del Bund a 10 anni si è fermato allo 0,47% rispetto al valore più basso, sempre sui tre mesi, di 44 punti base. Simile la dinamica in Austria, Belgio e Paesi Bassi. Rispetto all’Italia, invece, il rendimento è risultato un po’ più alto: l’1,51% a fronte del minimo dell’1,4%. E lo stesso contesto è stato replicato dal Bonos spagnolo. Al di là delle singole percentuali il messaggio è però chiaro: le minute della Bce hanno rafforzato il convincimento dell’allargamento del Qe da parte della Banca centrale europea. Il che ha schiacciato i rendimenti dei governativi europei.
Certo può obiettarsi: siamo distanti dai minimi storici. Il tasso del BTp, ad esempio, ha toccato il valore più basso a quota 1,12 nel marzo scorso. E tuttavia la considerazione di fondo resta valida. Dal «verbale» della riunione di quattro settimane fa salta fuori, infatti, che la Bce da un lato ipotizza maggiore tempo per raggiungere l’obiettivo dell’inflazione intorno al 2%. E, dall’altro, che potrebbe esserci un peggioramento sulle sue stime economiche. Le indicazioni, seppure non implicano l’accelerazione sul Qe, rafforzano la convinzione che Mario Draghi farà le sue mosse. Un «movimentismo» che dovrebbe spingere ancora più su i prezzi dei titoli di Stato. Ed è per questo che gli operatori hanno optato per gli acquisti.
Ma non è solamente la Bce. Anche le minute della Fed sono state passate ai raggiX. Qui il verbale dell’ultima riunione da una parte ha confermato la presenza di una maggioranza a favore di un primo rialzo il prossimo 16 dicembre. Ma, dall’altra,ha posto molta enfasi nell’evidenziare un atteggiamento prudente successivo a tale decisione. Emerge cioè che, dopo l’inevitabile ritocco all’insù dei Fed fund, Yanet Yellen vuole tenere un atteggiamento conciliante. Ebbene, proprio questa futura doppia velocità è stata la causa dell’andamento del cambio euro-dollaro tra mercoledì notte e ieri. La divisa di eurolandia, contemporaneamente alla prima lettura delle minute, è calata sull’aspettativa dei tassi più alti negli Usa. Poi, però, la consapevolezza della «mano morbida» della Fed ha ri-spinto all’insù la valuta unica.
Fin qui alcune indicazioni sul reddito fisso e le monete. Quale, invece, l’andamento delle Borse? I listini europei, proprio galvanizzati dalle minute, hanno in mattinata accelerato. Una dinamica causata anche dalle parole di Peter Praet. Il capo-economista della Bce, parlando di una ripresa ancora fragile in Eurolandia, ha confortato i «fautori» del Qe2. E i «buy» sono aumentati.
Nel pomeriggio, tuttavia, sono arrivati i dati macroeconomici dagli Usa. Da un lato, quello delle richieste (in calo) dei sussidi di disoccupazione. E, dall’altro, il Philadelphia Fed Index che è salito oltre le attese. Una coppia di numeri positivi i quali, nella classica strategia a contrarian, ha spinto al ribasso Wall Street. In un simile contesto, inevitabilmente, i listini Ue hanno rallentato. Solo Francoforte, sostenuta soprattutto dalle utility, ha guadagnato oltre l’1%. Le altre Piazze (+0,45% per Milano) si sono invece appiattite. Un po’ come ha fatto il petrolio. L’oro nero, versione Wti, partito intorno a 41 dollari al barile è sceso al di sotto della soglia dei 40 dollari. In chiusura, tuttavia, ha riconquistato il livello di 40,4 dollari.

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