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Effetto Fed: dollaro in caduta, petrolio in volata

La prudenza espressa dal numero uno della Fed Janet Yellen sui tempi della stretta monetaria ha dettato la linea ieri sui mercati finanziari. Dopo un mese di maggio all’insegna di aspettative per un rialzo dei tassi estivo, gli investitori hanno dovuto rivedere i loro piani in seguito ai deludenti dati sul mercato del lavoro negli Usa pubblicati venerdì scorso: solo 38mila nuovi occupati, contro 150-160mila attesi, il minimo da 5 anni. Numeri che segnalano una battuta d’arresto per la brillante ripresa dell’economia americana (i principali indicatori sono tornati ai livelli pre-crisi) e che – come ha confermato lunedì la stessa Janet Yellen – giustificano un maggiore attendismo da parte dei banchieri centrali.
Un rialzo dei tassi a giugno, già poco probabile prima dei dati sull’occupazione, ora viene totalmente scartato dagli investitori e si inizia a dubitare anche sul rialzo dei tassi a luglio. Tutto ciò ha spinto gli investitori a vendere titoli di Stato Usa, con effetti a cascata su tutto il mercato obbligazionario (vedi articolo sotto).
Il dollaro, che venerdì si era violentemente svalutato ieri si è ulteriormente indebolito: il dollar index, che monitora il tasso di cambio del biglietto verde rispetto alle sue principali controparti, è tornato sui livelli di un mese fa. Di fatto il balzo registrato a maggio dalla valuta Usa si è riassorbito nel giro di poche sedute. Dai massimi di settimana scorsa il dollar index è sceso di circa il 2,25%. Tantissimo per un indice valutario. Di questa flessione hanno tratto vantaggio in primis i mercati emergenti e le materie prime, le classi di investimento notoriamente più sensibili alle oscillazioni del dollaro. L’indice Msci Emerging Markets da venerdì ha guadagnato oltre il 2% mentre l’indice valutario Msci Em Currency index è salito dell’1,5 per cento.
La flessione del dollaro ha accentuato anche la tendenza rialzista delle materie prime, già tornate nel mirino degli investitori, portando il Bloomberg Commodity Index addirittura in bull market, ossia in rialzo di oltre il 20% dai minimi di gennaio (si veda il Sole 24 Ore di ieri).
Il petrolio in particolare, che è quasi raddoppiato di prezzo in poco più di tre mesi, ieri ha continuato a rafforzarsi salendo ai massimi da 8 mesi: il picco è stato a 51,30 dollari al barile per il Brent e 50,37 $ per il Wti.
Il mercato si aspetta un ulteriore calo delle scorte americane, a conferma del graduale ma costante processo di riequilibrio tra domanda e offerta. La prima continua a mantenersi decisamente robusta, in particolare in alcuni Paesi emergenti, come l’India, e negli Stati Uniti dove l’Energy Information Administration si aspetta consumi di benzina da record: 9,5 milioni di barili al giorno in media nel secondo e terzo trimestre, secondo previsioni diffuse ieri. Contemporaneamente l’Eia conferma la discesa della produzione Usa di greggio, dai 9,4 mbg del 2015 a 8,6 mbg quest’anno e 8,2 mbg il prossimo.
Il contributo più forte alla riduzione del surplus di petrolio è comunque arrivato dal crollo imprevisto dell’output in Canada (dove però le estrazioni sono in parte riprese dopo gli incendi) e in Nigeria. Nel Paese africano la crisi resta drammatica: almeno 600mila bg sono stati sottratti al mercato dai Niger Delta Avengers, formazione che minaccia di azzerare la produzione del Paese. I rischi sono così alti che Shell ha detto che per il momento è «impossibile» riparare l’ennesimo danno all’oleodotto Forcados.
Il balzo del greggio ha avuto ripercussioni positive sui corsi delle società petrolifere in Borsa. L’indice Stoxx 600 Oil&Gas ha guadagnato il 2,64% facendo da traino ai mercati azionari del Vecchio Continente ieri tutti in rialzo con il Dax 30 di Francoforte che ha guadagnato l’1,65%, il Cac 40 di Parigi l’1,19%, l’Ibex 35 di Madrid lo 0,8% e il Ftse Mib di Piazza Affari positivo per l’1,99 per cento. Il primato della Borsa di Milano è legato alla buona performance del comparto bancario (l’indice settoriale italiano ha guadagnato il 2,87%) trainato dai titoli Bpm (+7,59%) e Banco Popolare (+6,10%) in una giornata in cui i diritti dell’aumento di capitale di Verona (propedeutico alla fusione con Milano) sono stati fortemente gettonati (+18,97% il saldo a fine seduta).

Sissi Bellomo e Andrea Franceschi

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