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Effetto Draghi sulle aste BTp, tassi ai minimi

Il Tesoro batte il ferro finché è caldo, sfrutta cioè la spinta determinata dalle decisioni di una settimana fa della Banca centrale europea (Bce) e archivia un’altra asta a tassi estremamente convenienti. Dopo i BoT di mercoledì ieri è stata infatti la volta dei BTp con scadenza 3, 7 e 30 anni, tutti collocati con rendimenti in discesa (in alcuni casi ai minimi storici) a fronte di una domanda che resta sostenuta. Il tutto nonostante la «concorrenza» della Spagna, che ieri ha piazzato attraverso un sindacato un nuovo benchmark a 10 anni per 9 miliardi ricevendo richieste doppie da parte delle banche.
Il risultato del Tesoro, che nel complesso ha emesso titoli per 8,5 miliardi, è stato particolarmente brillante sulle due scadenze più ravvicinate, presumibilmente un riflesso dell’atteggiamento di queste ultime settimane degli operatori, più incline a questa parte della curva: i titoli a 3 anni sono stati collocati allo 0,89% (minimo storico) e hanno ottenuto richieste per 1,63 volte (livello più elevato dalla fine del 2013); il nuovo benchmark a 7 anni ha raccolto relativamente meno (1,42), ma con il suo 2,21% ha spuntato un tasso record e decisamente inferiore ai livelli che si vedevano sul mercato secondario poco prima dell’asta; il trentennale, infine, è andato sul mercato al 4,05% (22 centesimi in meno rispetto all’ultima asta) ottenendo un rapporto di copertura di 1,39.
Eppure la giornata di ieri non sarebbe stata neppure di quelle particolarmente favorevole sui mercati: il BTp decennale è anzi stato venduto dagli investitori (il rendimento è salito al 2,82% e la distanza nei confronti del Bund si è di nuovo allargata a 143 punti base) e sui listini azionari di acquisti se ne sono visti pochi (Milano ha chiuso a -0,27%, mentre a Wall Street prevaleva la debolezza) anche per via del dato deludente sulle vendite al dettaglio Usa (cresciute dello 0,3% a maggio, sotto le attese).
L’appetito generale per i titoli di Stato europei, in modo particolare quelli a breve e brevissimo termine, non sembra però scemare. Anche ieri le richieste per obbligazioni con scadenze inferiori a 3-5 anni non sono mancate, proprio in conseguenza delle mosse annunciate (e alcune già in vigore) la scorsa settimana da Mario Draghi. La riprova è la drastica riduzione del denaro lasciato dalle banche in deposito presso la Bce, dopo che quest’ultima ha deciso di «penalizzare» con un tasso negativo di 10 punti base tale operazione: mercoledì scorso (ma i dati sono stati diffusi ieri) il quantitativo di denaro parcheggiato nella cosiddetta «deposit facility» è precipitato da 39 a 13,6 miliardi di euro.
Si tratta per la verità in gran parte di un effetto tecnico, dato che la riduzione è collegata con l’inizio del periodo di mantenimento delle riserve. L’ammontare rappresenta comunque il minimo dal 2011 ed è plausibile che parte di quella liquidità sia stata spostata altrove dalle banche per ovviare alla penalizzazione del tasso negativo. Così si spiega per esempio la rincorsa ai titoli di Stato dell’Eurozona a breve termine che si è visto per esempio due giorni fa nei confronti dei BoT annuali o perfino degli Schatz tedeschi dal rendimento quasi nullo.
E un’origine simile ha anche il movimento che ha riportato il tasso overnight dell’Eurozona (Eonia) a 6 centesimi e di conseguenza l’Euribor a 1 mese allo 0,179% e quello a 3 mesi allo 0,258 per cento. L’euro resta invece piuttosto riluttante a scendere: dopo il passo indietro di inizio settimana, la valuta comune sembra essersi ancorata a quota 1,3550 dollari. Un livello che verosimilmente non può soddisfare né i Governi europei, né la Bce.
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