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Effetto-Draghi, euro sotto 1,33 dollari

Sui mercati azionari, a fine giornata, ha pesato più la paura di una riduzione anticipata della liquidità della Fed che l’ottimismo per il taglio dei tassi da parte della Bce. Perché, è stato il ragionamento di molti operatori ieri, un taglio dei tassi in Eurozona può cambiare solo in ritardo e con grande fatica le prospettive di un’economia che rimane anemica. Ecco perché la quasi totalità dei listini azionari europei ha chiuso la seduta in discesa, anche se contenuta. Londra ha ceduto lo 0,66%, Parigi lo 0,14%, Madrid lo 0,98%. Il risultato peggiore l’ha invece messo a segno Milano (si veda articolo a pagina 6), la cui performance (-2,07%) è stata decisa dalla frenata del settore bancario.
Del resto è la quinta volta consecutiva che l’Eurotower riduce il costo del denaro senza che questo abbia fino ad oggi provocato effetti apprezzabili. L’impatto di una riduzione dei tassi di 25 punti base, dal precedente 0,5%, si è invece visto sul mercato valutario. Alle 13,45, non appena la Bce ha comunicato la decisione sulla riduzione del costo del denaro, l’euro ha subìto un pesante deprezzamento, cadendo di colpo da quota 1,35 contro il dollaro a 1,33, toccando i minimi dallo scorso 16 settembre, per poi recuperare progressivamente a 1,34 nel corso della seduta. In verità la reazione degli operatori valutari non può essere analizzata solo per il movimento di ieri. Meglio riavvolgere il nastro allo scorso 25 ottobre, quando la divisa unica aveva toccato un massimo di 1,3832 contro il biglietto verde: da allora la moneta del Vecchio Continente ha lasciato sul terreno il 3,15% del suo valore. Un calo che non si può attribuire se non all’attesa di un progressivo taglio dei tassi. Se è vero che molti analisti ieri sono rimasti sorpresi dalla mossa di Francoforte, è anche vero che alcuni di essi (tra questi gli analisti di Bank of America, Ubs e Rbs, si veda Il Sole 24 Ore di domenica 3 novembre) avevano messo in conto un possibile taglio.
Completamente diversa è stata invece la reazione dei mercati azionari. Che prima hanno spinto sull’acceleratore degli acquisti, registrando rialzi che su alcuni panieri si sono avvicinati al 2 per cento. E poi sono tornati sui loro passi, chiudendo in territorio negativo, ad eccezione di Francoforte. Più tonico invece il mercato obbligazionario, dove l’appetito per il rischio ha permesso ai BTp e ai Bonos di veder calare i rendimenti di una manciata di punti base verso l’area del 4 per cento.
Che cosa abbia spinto i mercati azionari a ritracciare dopo la fiammata del primo pomeriggio non è chiaro. Per alcuni osservatori, «si è trattato semplicemente di profit taking, che hanno colpito in particolare il mercato di Milano, dopo i rialzi delle scorse sedute», segnalano dal trading desk di una delle principali banche italiane. Più realisticamente, a pesare sono stati i dati preliminari del Pil americano del terzo trimestre 2013. L’economia a stelle e strisce ha fatto segnare un progresso del 2,8% dal precedente 2,5%, contro attese di un +2%. Numeri buoni da un punto di vista macroeconomico, pessimi invece per i mercati, che vedono così avvicinarsi l’ipotesi del “tapering”, ovvero della riduzione della liquidità in eccesso sul mercato, con un calo degli acquisti di titoli di Stato americani da parte della Fed, oggi fissati a 85 miliardi di dollari al mese.
Forse è anche in virtù di questo timore che Wall Street ha registrato un seduta in netto calo, chiudendo in discesa dell’1,3% (S&P 500) e dell’1,9% sul Nasdaq. A testimoniare che il rally di Wall Street possa essere quanto meno in una fase di stanchezza potrebbe essere il fatto che alcuni «”leading stocks”, ovvero titoli che hanno guidato il rally – spiega Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Capital Partners – si trovino in una fase di debolezza, riflessa in una sottoperformance del Nasdaq e del Russel 2000 Small Caps».

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